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«Running man» vince la corsa della vita

Dopo il trapianto, 5.000 km in un anno

02/08/2017

«Corri quando puoi, cammina quando devi, striscia se serve; ma non mollare mai»: Davide Pruneri, 44 anni, di Tirano, ha fatto suo il motto di Dean Karnazes, il famoso atleta statunitense di ultramaratona e ultrarail, nelle sue mani è diventato vita. Sottoposto nel 2015 a un trapianto di fegato all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, si è impegnato con determinazione per ricominciare a correre.

Sono passati diciotto mesi e ora scende in pista indossando scarpe spaiate, di colori diversi. È bizzarro, sì, ma la sua è una scelta simbolica: «Non sono mai da solo in gara – spiega – porto con me la persona che mi ha donato il fegato. E in due andiamo davvero forte».

Il nickname «AidoDavid»
Si è scelto un nickname che dice tutto, AidoDavid, e la maglietta rossa con la scritta «La vita è un dono, dona per una vita» è diventata la sua bandiera. Insegue così i nuovi traguardi che si è dato da quando, come dice lui «è tornato dall’inferno». Sua moglie Monica e le figlie Silvia e Chiara, di 14 e 18 anni, ormai sono abituate: «Mi accettano come sono». Forse si preoccupano un po’, ma sanno che Davide è un vero runner, sulla strada e nella vita, leale, generoso e pieno di coraggio. I suoi problemi di salute sono iniziati presto, a causa di una rara malattia genetica, il deficit di alfa1 antitripsina: «Una malattia – spiega Davide – che si manifesta con enfisema polmonare o cirrosi epatica. Ci sono persone che restano asintomatiche tutta la vita, altre invece che vengono colpite da malattie fulminanti. Nel mio caso i medici se ne sono accorti nel 1982, quando avevo dieci anni, a seguito di una visita di routine. Avevo il fegato ingrossato, mi hanno sottoposto ad accertamenti: così è arrivata la diagnosi. Dopo una biopsia avevano già visto che le condizioni del fegato non erano ottimali. Non c’erano cure, mi avevano soltanto consigliato di non mangiare grassi fritti e cioccolato, di non bere alcol. Indicazioni che ho sempre seguito con scrupolo».

Problema ereditario
Indagini più approfondite hanno rivelato che si trattava di un problema ereditario, e che Davide aveva ricevuto il gene incriminato da entrambi i genitori: «Anche le mie sorelle hanno lo stesso deficit, ma in misura molto più lieve». Davide ha affrontato comunque la vita con serenità: ha aperto un negozio di abbigliamento, si è sposato, ha avuto due figlie: «Mi è sempre piaciuta la velocità, correvo in moto, poi un amico mi ha avvicinato all’atletica, e ha fatto bene. Ho iniziato nel 2007 e non ho più smesso, e dal 2008 ho incominciato anche l’attività agonistica». La malattia intanto procedeva silenziosamente: «Fino al 2009, però – osserva Davide – non ho avuto particolari problemi. Sapevo che dentro di me c’era una bomba innescata, non ero mai del tutto tranquillo, ma andavo avanti lo stesso, cercando di essere prudente in tutto. Per il resto sono sempre stato in buona salute, di sicuro mi ha aiutato lo sport, non mi ammalavo nemmeno di influenza. Ecco perché quando mi è capitato di avere qualche linea di febbre per diversi giorni di seguito, mio cognato, che è medico, si è insospettito, e mi ha prescritto delle analisi del sangue. Ci è voluto un po’ prima che le facessi. Quando finalmente mi sono deciso, mesi dopo, è venuto fuori che avevo dei valori sballati, soprattutto quelli legati al fegato, ma considerata la mia condizione mi sembravano normali. Mio cognato però ha voluto mostrarli a un epatologo che conosceva, ed è stato lui a suggerirci di proseguire con gli esami». Un’ecografia ha mostrato che il fegato era danneggiato, probabilmente da cirrosi epatica. «Sono andato da uno specialista a Brescia, ma mi ha detto che non si poteva fare niente. È stato allora che qualcuno ha incominciato a parlare di trapianto. Per valutare meglio quali prospettive avevo mi sono rivolto al dottor Stefano Fagiuoli, dirigente medico di gastroenterologia all’ospedale di Bergamo. Mi ha detto però che la mia situazione non era ancora abbastanza grave da permettermi di essere messo in lista».

«Il futuro è cambiato di colpo»
La vita di Davide a quel punto è cambiata: «Ho dovuto pensare al futuro, senza sapere di preciso che cosa mi aspettava». Ha ceduto il negozio e ha cambiato lavoro: «Sono rimasto inattivo solo per tre mesi. Poi ho trovato un posto come ausiliare del traffico». Ha escogitato modi diversi per allontanare lo stress: «Le mie sorelle avevano un panificio: serviva aiuto e ci sono andato per un mesetto. Da allora mi è rimasta la passione per la cucina: ho incominciato a preparare pane e torte per la mia famiglia. Ci metto fantasia: mi invento io le ricette». È cominciato un lungo iter di controlli regolari, e nel 2014 sono comparsi i primi noduli cancerosi: «Ogni sei mesi avevo l’appuntamento con Tac e risonanza magnetica, altrimenti non mi sarei mai accorto di nulla, perché stavo bene, seguivo senza sforzo la mia routine quotidiana. A quel punto è iniziato il vero e proprio screening per inserirmi nella lista dei candidati al trapianto. A giugno mi hanno sottoposto al primo trattamento di radiofrequenza per eliminare il nodulo, con un ago che brucia i tessuti. Poi un controllo aveva mostrato che non se n’era andato del tutto, quindi hanno eseguito un’altra procedura che si chiama chemioembolizzazione. Un intervento un po’ invasivo, senza anestesia generale». Non è stata una passeggiata per Davide: «Mi è venuto un ascesso epatico, avevo la febbre fissa a 39 e un forte dolore alla spalla, anche quello, mi hanno chiarito, dovuto al fegato. Mi hanno curato con gli antibiotici, c’è voluto un mese. Poi sono tornato a lavorare e a correre». Il calvario, però non era finito: «Nel frattempo mi avevano messo in lista per il trapianto, ma poco dopo hanno dovuto sospendere tutto, perché le analisi mostravano valori anomali: il tumore si era ripresentato. In otto mesi ho fatto quattro trattamenti per eliminare i noduli. Finalmente la situazione è tornata nei parametri giusti e mi hanno detto che ero pronto per ricevere un  fegato nuovo». Davide ha ripreso slancio: «Non ho mai perso la speranza. Andavo sempre in ospedale con tranquillità, mi fidavo dei medici e sapevo che dovevo fare la mia parte, affrontando ogni ostacolo con atteggiamento positivo. È quello che cerco di trasmettere anche adesso agli altri pazienti ancora ricoverati nel mio reparto. Ogni tanto passo di là e cerco di offrire un po’ di conforto e di amicizia, mi sembra il minimo dopo tutto il bene che ho ricevuto».

La convocazione
A luglio 2015 è arrivata la convocazione dell’ospedale: «Mi hanno telefonato per avvertirmi che c’era un organo compatibile. Quella mattina ero andato a correre e poi a fare la spesa, era un giorno come tutti gli altri. Mia moglie e io abbiamo preso la macchina e siamo partiti». Il fisico da corridore lo ha aiutato: «Mi hanno spiegato poi che non c’è stato bisogno di una trasfusione, una pratica normale in caso di trapianto, proprio perché le mie condizioni generali erano molto buone». Due giorni dopo l’intervento si è rimesso in piedi: «All’inizio avevo nausea e giramenti di testa, ma ho cercato di resistere». Il ricovero è durato ancora per tre settimane, ma Davide si metteva la mascherina e andava in giro per l’ospedale, che è diventato il suo primo circuito di allenamento: «Portavo con me la borsa del drenaggio e camminavo. All’inizio per una volta al giorno, poi due, poi tre. Ogni tanto tentavo perfino qualche passo di corsa. Con dolori lancinanti, perché la ferita non si era ancora rimarginata, ma era bellissimo, perché sentivo che i muscoli rispondevano».

Le sfide sempre aperte
Il 18 agosto è arrivato il momento di tornare a casa: «Ho ricominciato ad allenarmi davvero 55 giorni dopo il trapianto. Ovviamente all’inizio andavo piano». La lentezza però gli pesava: «Non volevo rassegnarmi, volevo tornare ai tempi di prima. Così mi sono cimentato in una sfida davvero impegnativa: una “lunga” di 50 chilometri a Seregno, il 10 aprile scorso, che mi ha richiesto una grossa preparazione ». Si è classificato all’81° posto, con un tempo di 4 ore e 19 minuti, poco più di cinque minuti a chilometro. «Un risultato di tutto rispetto – osserva Davide – ma non mi bastava». Meditava di partecipare alla 100 chilometri di Torino, e durante l’estate per prepararsi ha battuto tutti i suoi record di allenamento, correndo per 477 chilometri a luglio e 544 ad agosto. «Alla fine però mi sono reso conto che questo doveva bastarmi, che la corsa in sé in questo caso per me sarebbe stata troppo faticosa». Ma ha trovato subito nuovi orizzonti, compresa una mezza maratona a Casalmorano (Cremona), con una nuova consapevolezza: «Ho partecipato a una corsa a Udine con atleti trapiantati, e in quell’occasione ho scoperto che il mio impegno atletico può diventare un modo per trasmettere un messaggio positivo sulla donazione di organi a moltissime persone». Da lì in avanti è partita un’opera di sensibilizzazione in collaborazione con l’Aido: «Corro con la maglietta dell’associazione e in modo semplice, quando c’è la possibilità, racconto la mia esperienza, con la speranza che possa servire da esempio». Dopo il trapianto in un anno ha percorso 5.000 chilometri di corsa. Così ha incominciato a scrivere una storia nuova, da Cremona a Verdello, da Gavardo fino alla gara a cui partecipa oggi a Magenta, e così via, una ogni settimana: «Questa esperienza ha lasciato il segno. Mi sorprendo a fare gesti che non mi sarei mai aspettato, sono diventato più sensibile e un po’ meno nervoso. Ho imparato che la cosa più importante è non fermarsi mai».

(Sabrina Penteriani, L’Eco di Bergamo)

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