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Donazione, un gesto che vale una vita.

Il salvagente

03/05/2012
Dopo la Spagna e assieme alla Francia siamo al secondo posto in Europa. La rete italiana dei trapianti funziona e anche molto bene. Ma restano sacche di inefficienza. E i tagli alla spesa sanitaria non aiutano. Può capitare a tutti. La malattia, le cure inutili, il bisogno di un nuovo organo da mettere al posto di quello ormai irrecuperabile. Solo in quelle circostanze si scopre un mondo fatto di generosità gratuita ma anche di liste d’attesa affollate, inefficienze, organi “sprecati”, sotterrati assieme alla possibilità di salvare una vita. Il tema è scabroso. Attiene alla morte, alla malattia, zone di dolore tagliente. Ma ragionare sulla necessità di mettere a disposizione il proprio corpo quando a noi non serve più, è necessario e urgente. In questo momento più di 9mila persone aspettano il dono di un organo. Un evento che decide se restituire alla vita o lasciare morire chi ancora può essere salvato. Come intende ricordare la Giornata nazionale della donazione degli organi, fissata al 27 maggio. Valore assoluto Ricevere un organo in molti casi significa tornare a una vita piena. A 9 anni dal trapianto è vivo il 97% di chi ha ricevuto un rene, l’84% dei trapiantati di cuore e l’86 di chi ha avuto un nuovo fegato. E non si tratta di mera sopravvivenza. Il 90% delle persone che hanno avuto la sostituzione di un rene o del cuore e l’80% dei trapiantati di fegato lavorano o sono in condizione di farlo. “Il trapianto restituisce la persona alla collettività, la rende di nuovo attiva. Ci sono donne che dopo il Trapianto hanno avuto tre figli, e molti fanno sport, anche a livello agonistico”, dice Vincenzo Passarel!i, presidente dell’A.I.D.O., l’associazione che da 40 anni si dedica alla causa anche tramite il suo sito aido.it e la pagina Facebook, che conta 16miIa amici. L’obiettivo primario è diffondere la consapevolezza dell’importanza di donare organi e tessuti. E non solo tra i potenziali donatori, ma anche verso i professionisti che rendono possibile il ritorno alla vita: medici, infermieri, ma soprattutto i decisori della politica sanitaria. La rete italiana dei trapianti funziona, e anche molto bene. In Europa, il nostro paese rappresenta l’eccellenza nella qualità. E nella quantità, con una media di 21 donatori per milione di abitanti, si contende il secondo e terzo posto con la Francia, sempre dietro la Spagna, che con i suoi 34 donatori per milione è prima nel mondo. Anche i dati raccolti nel 2011 sono positivi, le donazioni sono aumentate dell’1,6%, dalle 1.095 del 2010 si è arrivati a 1.113. Ne hanno beneficiato 2.940 persone, 64 in più rispetto a due anni fa. E le opposizioni all’espianto sono scese di 4 punti, dal 31 al 27%. Ma non ci siamo ancora. Italia a due velocità Il problema è che accanto a zone di eccellenza permangono ampie sacche di inefficienza. E i tagli alla spesa sanitaria allungano un’ombra minacciosa sull’aspettativa dei malati in attesa di un trapianto. Capofila delle regioni virtuose è la Toscana, che con una percentuale di 75,8 donazioni per milione di abitanti doppia la media nazionale, ferma a 37,4. Un esempio che resta un’eccezione. Se Friuli Venezia Giulia, Veneto, Piemonte e Marche sono in linea con la media italiana, altre zone del paese affossano. L’area in cui emergono le criticità sono le stesse in cui la sanità pubblica è gestita male. Sicilia, Calabria, Campania, Puglia. Qui le donazioni non arrivano a 10 per milione di abitanti. Uno sprofondo che secondo Passarelli “dipende dal diverso impegno che strutture e personale dedicano al prelievo”. E dalle risorse stanziate. “In alcune realtà ci sono difficolta operative che incidono negativamente anche sulla motivazione del rianimatore. Segnalare un potenziale donatore significa avere un posto letto occupato da un cadavere e mantenerlo nelle condizioni ideali per 6-7 ore. Per farlo servono attrezzature e personale adeguati”. Ad assottigliare il numero delle donazioni però contribuiscono anche fattori positivi in sé. La riduzione delle morti cerebrali grazie alla diffusione dell’uso del casco, per esempio. Tanto che è aumentato il ricorso ai donatori meno giovani, uccisi da accidenti vascolari. Se fino a qualche anno fa il cuore di unover55 era considerato inadatto al trapianto, oggi il programma nazionale gestito dal Cnr di Pisa permette di accertarne in pochi minuti l’utilità. Con questo sistema, su 50 cuori “anziani” 32 sono stati trapiantati. Lo stesso vale per altri organi. Due donne di 92 e 94 anni hanno donato il loro fegato, l’impianto di reni prelevati da ultraottantenni non è più una rarità. (Marta Strinati, Il salvagente - 3 maggio 2012) In allegato l’articolo completo.
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