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L’importanza di donare un organo: un atto di civiltà. Parla il presidente nazionale dell’Associazione Italiana per la Donazione di Organi, tessuti e cellule, Vincenzo Passarelli.

Lindro.it

24/06/2015
È la forma più pura che ci sia, un atto di civiltà dei più profondi perché non si ottiene nulla in cambio, è la donazione degli organi, sempre più diffusa in un Paese che, da sempre, si contraddistingue per la sua solidarietà. Terzo posto nella classifica europea con una media di 23,1% di donatori effettivi per milione di popolazione una media del continente di 19,5%, numeri in aumento rispetto alla stasi degli anni scorsi. Una vita che si spegne ed una che prende una nuova forma ed assume un nuovo colore, che magari, in un effetto a catena, genera altra vita. Si può e si deve fare di più, soprattutto se si pensa alla grande disomogeneità presente nel nostro Paese, letteralmente spaccato tra Nord e Sud. Si va dai 684 donatori del Nord ai 316 del Centro e ai 169 del Sud e delle Isole. Differenze non casuali secondo quanto affermato dal presidente nazionale dell’Associazione Italiana per la donazione di organi, tessuti e cellule (AIDO), Vincenzo Passarelli: “Rifacendoci al 2014, possiamo essere soddisfatti dei numeri, siamo infatti il terzo paese in Europa. Il problema grosso è la non omogeneità che esiste a livello regionale, passiamo da regioni virtuose come la Toscana, con 37 donatori per milione di popolazione, il Trentino ed il Friuli con più di 30 donatori, a Regioni che fanno poco come la Sicilia, la Campania e la Puglia con circa 8 e massimo dieci donatori. Sono grosse regioni ma di sicuro non è la gente che è cattiva, è diversa l’organizzazione territoriale e la sanità. Chiaro che laddove essa è strutturata ci sono percentuali più alte, mentre nelle regioni con più carenze è molto meno diffusa”. Il trapianto è un’efficace terapia per alcune gravi malattie che colpiscono gli organi o tessuti del corpo umano e che non sono curabili in altro modo. Esso consente al paziente, grazie all’esperienza maturata negli ultimi anni, un innalzamento della durata e della qualità di vita, attraverso un’efficacia non paragonabile ad alcun’altra terapia. L’Aido, da 40 anni, si batte per diffondere tale tipo di cultura, per informare, per ovviare alla causa principale del rifiuto: l’ignoranza. Poco si sa sulla donazione, molto poco si fa, obiettivamente e a volte anche involontariamente per portare la persona o la famiglia ad acconsentire al trapianto. Le percentuali dei dinieghi sono molto alte in Italia, più del 30%, a fronte di una media europea, il cosiddetto zoccolo duro, che si attesta su un fisiologico 20%. Le cause sono da ricondursi prevalentemente alla preparazione e alla motivazione del personale sanitario come confermato anche da Passarelli: “Ci sono centri di eccellenza che lavorano poco, magari in alcuni territori regionali la rete di coordinamento che potrebbe segnalare le donazioni non lo fa fino in fondo, vuoi per carenza o motivazioni del personale. Se quest’ultimo non è motivato si perdono tante possibilità”. Dunque il rischio incomprensioni tra paziente/famiglia ed ospedale rischia di essere alto se non si interviene a livello sanitario, un cane che, come in tutte le cose pubbliche si morde la coda: non ci sono fondi e dunque non si può intervenire sul personale, formandolo e assumendolo nella giusta misura o ci sono i fondi ma vengono gestiti male. Le motivazioni religiose sono davvero minime in questi casi, anche perché, nella nostra religione, come nelle altre, la donazione viene accettata e anzi esaltata come uno dei gesti più apprezzabili in assoluto, così come sono rari i casi in cui il parente si chiude a riccio, senza riuscire a spiegare i motivi di questo silenzio. La Dichiarazione di volontà a donare organi e tessuti è attualmente regolamentata dall’articolo 23 della legge 1999/91 e dal decreto ministeriale del 2000 aggiornato nel 2008 . In particolare, la prima delle due disposizioni disciplina il principio del silenzio assenso che non ha mai trovato attuazione nel nostro Paese, non essendo stata costituita un’anagrafe dei cittadini assistiti dal Servizio Sanitario Nazionale. Attualmente rientrano tra i donatori tutte le persone maggiorenni, di qualunque età, che muoiono in ospedale nelle Unità di Rianimazione, a causa di una lesione irreversibile al cervello (emorragia, trauma cranico, aneurisma etc.) o di un prolungato arresto cardiaco, accertato tramite elettrocardiogramma per almeno 20 minuti, che abbiano prodotto la totale distruzione delle cellule cerebrali causando la morte del paziente per irreversibile e completa cessazione dell’attività cerebrale. Gli organi che si possono prelevare sono i reni, il fegato, il cuore, il pancreas, i polmoni e l’intestino, mentre i tessuti sono le cornee, il tessuto osseo, le cartilagini, i tendini, la cute, le valvole cardiache, i vasi sanguigni ma, spesso, le liste d’attesa sono lunghissime e molti non ce la fanno, come ci spiega Passarelli: “Torniamo sempre al discorso della media nazionale, se ci fossero 20 donatori per regione, invece degli attuali 3000 trapianti si potrebbe puntare ai 4000. Allo stato attuali ci sono 6500 persone in attesa per il rene, più di 1000 per il fegato, 700 per il cuore, intorno a 300 per il pancreas e 350 per il polmone, questi due ultimi numeri, purtroppo, sono gli stessi di chi muore ogni anno in lista di attesa”. Nel Paese della burocrazia, basta davvero poco per manifestare la propria volontà a donare e le modalità previste sono davvero varie e di semplice attuazione: 1) Tramite il tesserino blu inviato dal Ministero della Sanità, da portare sempre con sé; 2) Tramite la registrazione della volontà effettuata presso gli appositi sportelli delle Aziende Sanitarie Locali e dei Comuni; 3) Tramite una dichiarazione di volontà alla donazione di organi e tessuti scritta su un comune foglio bianco che riporti nome, cognome, data e luogo di nascita, data e firma; 4) Tramite la tessera o l’atto olografo dell’A.I.D.O. C’è la legge, giusta e rigorosa e c’è la realtà in cui si intrecciano storie e destini di due famiglie, quella del donatore e quella del ricevente. Sono stati tanti i casi in passato in cui la prima, magari perché spera di garantire una certa continuità con il proprio caro defunto, si interessa quasi morbosamente alla vita del ricevente, invadendo la nuova storia della seconda. Un cuore donato continuerebbe a battere con gli stessi sentimenti anche presso un’altra persona e non essendoci più il corpo, esso può rappresentare spesso l’unica ancora di vita che ricorda il proprio caro. Nella maggior parte dei casi dunque, il legame tra le famiglie può essere distruttivo, mentre molto raramente è costruttivo, ma, in ogni caso, la norma stabilisce l’anonimato come garanzia assoluta, come confermato da Passarelli che sottolinea anche un altro aspetto importante: “Nel nostro statuto c’è scritto che la donazione deve essere anonima, volontaria e gratuita, se no si perde proprio il concetto del dono. In questo senso vediamo bene l’ultimo protocollo che è stato firmato un mese fa a Santiago De Compostela dai Paesi Europei dove è stato ribadito l’ impegno a non prevedere alcuna remunerazione a nessun livello nelle donazioni da cadavere e in vita. Siamo dell’idea che l’anonimato deve vigere sempre, la famiglia che ha donato deve essere informata di come è andata la donazione e dei successivi trapianti, in questo senso viene mandata una lettera dal coordinatore presente in ogni ospedale, senza mettere ovviamente nome e cognome. La famiglia che ha compiuto uno sforzo solidale trasformatosi in vita e qualità della stessa deve avere la possibilità di essere informata anche successivamente, ma con queste garanzie”. Le campagne di sensibilizzazione dell’Aido vogliono consentire ad ogni cittadino maggiorenne di elaborare una propria posizione in merito alla donazione senza gravare troppo i propri familiari di una scelta difficile e compiuta spesso in poco tempo e in momenti particolarmente delicati. Per far questo l’associazione si autofinanzia grazie al 5 per mille. Essa interviene in luoghi di socializzazione come centri commerciali, circoli ricreativi, fabbriche e scuole, dove si formano i cittadini del futuro ad una maggiore consapevolezza della materia. Il presidente Passarelli sottolinea: “La nostra campagna deve avere carattere permanente, agiamo su tutto il territorio e abbiamo cominciato a sfruttare in modo massiccio il web e in particolare Facebook. Tra poco svilupperemo una app nostra. Stiamo aprendo anche ai nuovi italiani, gli oltre 5 milioni di cittadini venuti da altre etnie, che hanno ovviamente un approccio diverso dal nostro. Il nostro scopo è raggiungerli nella loro cultura e nel loro modo di pensare e in questo senso stiamo conducendo su sei regioni pilota uno studio preparando materiale informativo in 8 lingue e inserendo alcuni aspetti peculiari a secondo delle religioni. Nel patto di solidarietà tra Stato e cittadino italiano devono essere compresi anche questi soggetti”. L’Associazione si occupa principalmente di donazione da cadavere ma non trascura di certo quelle tra vivi. Proprio di qualche mese fa la notizia di una donna che a Milano ha donato un rene ad una persona sconosciuta, il primo caso di donazione samaritana. In genere tali tipi di trapianti avvengono tra congiunti ma la legge del 1967 è molto rigorosa poiché prevede la sottoposizione degli stessi ad una indagine medica ed immunologica prima e ad un controllo del giudice il quale deve accertare che dietro non ci sia nessun tornaconto e che la scelta sia libera. Un tipo di donazione considerata sussidiaria ma importante nel concetto più ampio di solidarietà, perché da una vita che si spegne può nascere una vita nuova e forse è questo il senso proprio di tutta l’esistenza. (Claudio Colombrita, Lindro.it)
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