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Le risposte ai “dubbi” del quotidiano “Il Giornale”.

Una intervista con errori grossolani e scorrettezze informative che mostrano una scarsa conoscenza dell'argomento affrontato.

18/02/2009
“Credo che [i trapianti] non si possano più giustificare in base alla definizione di morte cerebrale fissata quarant’anni fa dal rapporto di Harvard. Va detto chiaramente che il donatore è entrato in un processo di morte, ma non è ancora morto”. Queste le affermazioni di Paolo Becchi - docente universitario filosofo e giurista - intervistato su Il Giornale da Stefano Lorenzetto C'è da dire che Il Giornale non è nuovo a prese di posizione nettamente contrarie al trapianto, anzi: a cadenza più o meno regolare pubblica articoli, spesso proprio a firma dello stesso Lorenzetto, in cui si insinuano dubbi su morte cerebrale e trapianti. Articoli che si potrebbero e, forse, si dovrebbero ignorare, se non fosse per il fatto che creano confusione e incertezza giocando sulla disinformazione: proprio ciò contro cui noi dell'A.I.D.O. quotidianamente combattiamo - con grande sacrificio - nei nostri incontri di informazione e sensibilizzazione. Paolo Becchi sarà un esimio filosofo e giurista - e, sebbene non le condividiamo, abbiamo rispetto delle sue posizioni in campo etico - ma non è un medico, come non lo è Lorenzetto, e quindi le sue affermazioni dovrebbero limitarsi al campo che gli è proprio: quello giuridico e filosofico. È quando si avventura in un territorio che non è suo che le sue affermazioni devono intendersi come pareri, non più autorevoli di quelli di qualunque altro cittadino. Infatti vi troviamo errori grossolani che mostrano una evidente scarsa conoscenza dell'argomento affrontato. Un esempio? Alla domanda: - Chi sono gli scienziati che hanno messo in discussione il rapporto di Harvard [sulla definizione della morte cerebrale]? Dopo aver citato due (appena due nel panorama mondiale di migliaia di specialisti!) medici anestesisti americani che hanno messo in discussione (non rifiutato) il concetto di morte cerebrale, fornisce questa risposta: “Il neurologo Alan Shewmon ha documentato il caso di T.K., in stato di morte cerebrale dall’età di 4 anni per una meningite e tuttavia indubbiamente ancora vivo a 18 e mezzo”. Questo è un chiaro esempio di notizia falsa, assolutamente scorretta sul piano scientifico. Lo stato di morte cerebrale è incompatibile con la vita. In un cadavere in morte cerebrale il resto del corpo, supportato da macchine e medicine - può restare vitale per alcune ore, vi sono alcuni rari esempi in letteratura scientifica, di casi di sopravvivenza per poche settimane, ma qui si parla addirittura di anni! Evidentemente il bambino a cui si riferisce non era in morte cerebrale ma in stato vegetativo: una condizione ben diversa dalla morte, come il caso Englaro ha tristemente portato alla luce. D'altra parte anche l'affermazione dello stesso Becchi - la morte è un processo - non contraddice affatto il concetto di morte cerebrale: sappiamo tutti che le cellule del nostro corpo hanno tempi di sopravvivenza diversi e che, per esempio, unghie e capelli continuano a crescere anche per diversi giorni dopo la morte di un individuo. Certamente nessuno considererebbe vivo qualcuno solo perché le cellule delle sue unghie non sono ancora morte! Trovo molto significativo ciò che dice in proposito Reg Green nel suo splendido libro ("Il dono di Nicholas" - Rizzoli 1999). Green, papà di uno sfortunato bambino di cui sono stati donati gli organi che, non dimentichiamolo, hanno salvato dalla morte tante persone, così si esprime: “Per noi Nicholas non era un ammasso di organi, ma il ragazzo generoso, affettuoso e intelligente che avevamo conosciuto e amato, e così è ancora adesso e sempre sarà nel profondo dei nostri cuori e nella memoria. Una persona è "un ammasso di organi"? È vero la morte è un processo, ma quando tutte le cellule del cervello sono morte, e oggi dimostrarlo è non solo possibile ma anche estremamente semplice, possiamo parlare di vita della persona o solo dei suoi organi? Se noi siamo i nostri pensieri, le nostre emozioni, la nostra memoria, la nostra intelligenza - il nostro cervello per dirla in poche parole - quando questo è morto sarà la quantità di cellule vitali residue a determinare se possiamo ancora dirci vivi? Se sono solo unghie e capelli sono morto, se c'è anche il fegato no?”. Abbiamo visto come vengono riportate notizie di casi impossibili sul piano scientifico. Ma troviamo anche l'utilizzo di informazioni corrette per fare disinformazione. “Nel 1975, quando fu approvata in Italia la prima legge in materia, tenevano il malato attaccato al respiratore anche se non era candidato all’espianto (sic). Adesso, se non sei donatore di organi, dopo sei ore te lo spengono”. Non dovrebbe essere questo un chiaro esempio del fatto che l'accertamento di morte non avviene solo per consentire il prelievo? Oggi la legge prevede che tutti i trattamenti vengano sospesi dopo la diagnosi di morte cerebrale. Tutto ciò è perfettamente logico: a cosa servirebbe curare un cadavere? Immaginate cosa succederebbe se, nel frattempo, arrivasse un paziente incidentato che ha bisogno di quel posto (prezioso) della rianimazione e lo trovasse occupato da un morto. Pure i rilievi sul tempo di osservazione - oggi stabilito in sei ore anche per i bambini più piccoli - non ci sembrano affatto pertinenti: “Il ministro Livia Turco..., ha emanato un nuovo regolamento che riduce a sole 6 ore questo periodo, come per gli adulti”. La nuova normativa tiene ovviamente conto dei progressi in campo scientifico: come si permette un profano di entrare nel merito di aspetti squisitamente medici? Tra l'altro Becchi definisce scandaloso il ricorso al decreto: “Un atto scandaloso, perché nella gerarchia delle fonti un decreto ministeriale è sempre inferiore a una legge, non può stabilire qualcosa che sia in contrasto con la legge. Eppure è avvenuto, alla chetichella e nel disinteresse generale”. Qui sta giocando nel suo campo, ma mostra di non conoscere bene la normativa perché è proprio la legge 578/93, quella a cui egli si riferisce, che rimanda a un futuro decreto il compito di stabilire i tempi di osservazione, fatto salvo il limite minimo di sei ore. Ciò che ha fatto l'allora Ministro Turco non è stato altro che un aggiornamento del decreto in questione. Un ultimo esempio di scorrettezza informativa, che riguarda direttamente l'A.I.D.O., è il tentativo di far passare come pericolosa l'iscrizione all'Associazione: “Una mia amica ha aderito all’A.I.D.O. in giovane età e dopo 18 anni ha cambiato idea, ma s’è accorta che sul retro del documento associativo c’è scritto: «Questa tessera è sempre valida», in rosso e tutto maiuscolo. Quindi figurerà nel database del Sistema Informativo Trapianti fra 1.119.760 potenziali donatori fino a quando non le restituiranno l’atto olografo”. Qui è Lorenzetto che parla. Io sono andata, per curiosità, a riguardare la mia tessera: non so nella vostra, ma nella mia non c'è nessuna scritta del genere. Certo che, se anche ci fosse, starebbe a significare soltanto che non è necessario rinnovare periodicamente la tessera, ma che essa è sempre valida. Fino a quando non si dovesse cambiare idea, naturalmente, come ammette tra le righe anche Lorenzetto. D'altra parte questo è valido per qualunque testamento: anche se in un momento di follia avessi fatto un testamento in cui disponevo di lasciare tutti i miei averi al mio amatissimo cagnolino questo resterebbe valido fino a quando non decidessi di andarlo a riprendere per distruggerlo. E l'atto olografo è un testamento, quindi risponde alle stesse regole. Ma la cosa più grave, scandalosa considerato che esce dalla bocca di un esimio giurista e filosofo, è la seguente affermazione, in risposta alla domanda “E se una cardiopatia affliggesse uno dei suoi figli, si opporrebbe al trapianto di cuore?”. “Non vedo perché un mio principio ideologico dovrebbe condizionare la loro vita”. Ora qui delle due l'una: o si sta dichiarando che il concetto di morte cerebrale non esiste, e quindi non si può parlare di “principio ideologico” ma siamo di fronte a una incontrovertibile realtà scientifica; oppure ci troviamo in un campo puramente filosofico. I nostri due amici dovrebbero precisare meglio qual è il terreno in cui si pongono. Nel secondo caso non abbiamo nessuna difficoltà ad accettare il dibattito. Siamo abituati a confrontarci con chi la pensa diversamente ma, per favore, non portateci evidenze pseudo-scientifiche. Anche perché, se invece di scienza si tratta, saremmo costretti a chiedere all'esimio professore: se la morte cerebrale morte non è, sarebbe davvero disposto ad accettare per suo figlio un cuore frutto dell'omicidio di un innocente? Mirella Mancuso Vice Presidente A.I.D.O. Nazionale
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