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Parliamone in famiglia

"Test salute", supplemento n. 82 - Ottobre 2009 di "Altroconsumo" n. 230

01/10/2009
Un trapianto di organi o tessuti non solo ridona o migliora la vita di chi lo riceve, ma porta beneficio a tutta la società. Bisogna condividere le proprie scelte in famiglia: sono i familiari a dare il consenso, se non si lasciano indicazioni. Vincenzo Passarelli è presidente nazionale dell'Associazione italiana per la donazione di organi, tessuti e cellule, impegnata da molti anni a favore di una cultura della donazione. Come funziona oggi in Italia la donazione di organi? L'Italia delle donazioni e dei trapianti rappresenta un settore efficiente, trasparente e di qualità della sanità pubblica. Ma sono presenti anche delle criticità. Due delle più importanti: contro 3.000 trapianti effettuati, sono 9.700 le persone in lista di attesa. Solo un terzo dei cittadini salva o migliora la vita ricorrendo al trapianto, gli altri restano per anni in lista oppure muoiono. Ci sono grandi disparità sul territorio nazionale. Abbiamo regioni virtuose, che hanno 29÷41 donatori pmp (per milione di popolazione) e regioni che rispondono molto poco. C'è stato un miglioramento o un peggioramento? Negli ultimi anni certamente un miglioramento, dovuto al modello organizzativo delineato dal Centro Nazionale dei Trapianti. Possiamo essere abbastanza fieri dei risultati raggiunti: i dati dei primi sei mesi del 2009 dicono che a fine anno il nostro Paese avrà una media è di 22,9 donatori pmp: l'Italia sarà ai primi posti in Europa. Inoltre offriamo la migliore qualità che oggi sia certificabile in Europa: le nostre medie negli esiti dei trapianti di rene, di fegato, di cuore sono superiori alle medie dei migliori centri europei. Una vicenda come quella di Eluana Englaro, pur non essendo direttamente riconducibile al tema della donazione di organi, ha in qualche modo influito sul dibattito e sui pregiudizi in materia? Alcune affermazioni emerse nel dibattito sul caso di Eluana Englaro hanno creato disinformazione e hanno avuto bisogno di precisazioni da parte del Centro Nazionale Trapianti. In particolare è stato chiarito che lo status vegetativo persistente in cui si trovava Eluana Englaro non poteva essere in alcun modo assimilato alla morte cerebrale. Nel caso della morte cerebrale il cervello non solo è danneggiato sul piano della funzionalità e della percezione, ma anche su quello anatomico: le cellule morte si decompongono e gli enzimi che si liberano aggrediscono e demoliscono le altre cellule innescando un meccanismo inarrestabile. La morte cerebrale è uno stato irreversibile, irreparabile e definitivo, che coincide con la morte della persona. Alcuni pregiudizi creano difficoltà alla donazione. Bisogna stimolare la discussione e lavorare su quelle persone magari non contrarie, ma che non sono abbastanza informate. Sentiamo spesso una resistenza da parte della gente ad affrontare l'argomento: "non ci voglio pensare”, "è un argomento imbarazzante”, "perché devo pensare alla morte adesso?”: La campagna di comunicazione che abbiamo lanciato quest'anno vuole smussare queste resistenze: abbiamo messo in evidenza alcuni paradossi di altre situazioni imbarazzanti, per attirare l'attenzione sul nostro messaggio. Come si può migliorare l'informazione? Bisogna incontrare la gente: nelle parrocchie, nelle fabbriche, nei circoli culturali, nei circoli sportivi e formare i ragazzi nelle scuole, un'attività in cui A.I.D.O. crede moltissimo e che porta avanti da oltre trentasette anni, Crediamo che il trapianto sia un problema sociale, vorremmo che la gente ne capisca l'utilità per tutta la collettività. La guarigione di un paziente riduce ad esempio le spese sanitarie. Articolo tratto da: "Test salute", supplemento n. 82 - Ottobre 2009 di "Altroconsumo" n. 230
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