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Prelievo di cornea: il caso di Genova

Gravissimo errore al Centro Trapianti di Genova dove i medici non si accorgono del "NO" espresso sul modulo per le donazioni. Dopo le scuse, la vedova decide di dare l'ok. Passarelli: “Evitiamo inutili allarmismi”.

30/06/2008
Cornee espiantate senza il consenso dei familiari di Diego Pistacchi Genova - Non se l’è sentita di dire «sì», ha chiesto che suo marito venisse sepolto così come lei l’ha visto durante l’ultima stretta di mano. La vedova ha insistito e firmato perché gli occhi che l’hanno guardata fino all’ultimo restassero intatti. Ma per un errore, un banale errore di moduli, le cornee del suo Giovanni sono state espiantate ugualmente nella speranza che potessero far vedere altri occhi. Al Centro Trapianti di Genova, all’Ospedale San Martino, è stato commesso quello che gli stessi medici ammettono come un «grave errore», il primo in Italia. Mai finora erano stati espiantati organi a chi espressamente aveva negato il consenso. Tutta colpa di un modulo di troppo. Perché la legge prevede che solo per il prelievo di cornee sia necessario un consenso scritto esplicito, e non è applicabile il silenzio assenso. Senza quel modulo allegato al certificato di morte nessuno avrebbe toccato gli occhi di Giovanni Franzoni, 66 anni, operaio in pensione, ucciso da un tumore ai polmoni. Ma, probabilmente per un eccesso di zelo, quel modulo di consenso è stato allegato, pur se con l’aggiunta di un piccolo avverbio, un «non» davanti alla dichiarazione di consenso, che ha ingannato l’equipe del Centro Trapianti. Visto che la famiglia aveva negato l’espianto sarebbe stato sufficiente, anzi sarebbe stato corretto, non inviare il modulo. Vedendolo allegato al certificato di morte, quel «non» scritto anche abbastanza in piccolo, è passato inosservato, perché la presenza di quel foglio firmato dalla vedova sembrava per forza voler dire che il consenso era stato dato. Oggi partiranno le comunicazioni ufficiali da parte dei medici del Centro Trapianti, ma ormai quel che è accaduto giovedì scorso al San Martino è chiaro. Sono stati gli stessi medici ad accorgersene e ad avvertire la famiglia. Certamente se non lo avessero fatto nessuno avrebbe mai saputo nulla, ma ha prevalso l’etica professionale. Anzi, la scelta non è neppure mai stata in discussione. «Quando ci siamo resi conto dell’errore nessuno di noi ha avuto alcun dubbio - spiega Andrea Gianelli Castiglione, responsabile del Centro prelievi della Liguria -. Ho chiamato io la vedova e le ho chiesto un incontro». Passato qualche attimo di sgomento, la signora però si è detta disponibile ad autorizzare il trapianto su un paziente. «Le ho spiegato come sono andate le cose, naturalmente le ho porto tutte le scuse e durante il colloquio mi ha dato questa disponibilità - conferma il professor Gianelli Castiglione -. In un secondo momento, dopo il rosario e alla presenza della famiglia, l’ho invitata a formalizzare la disponibilità, ma purtroppo nel frattempo è sopraggiunto un secondo referto che ci avvertiva della non utilizzabilità delle cornee conservate nella nostra banca dei tessuti. Il paziente deceduto era affetto da epatite». Tutto inutile, una seconda terribile notizia per la vedova di Giovanni Franzoni, che accettate le scuse ripete di non aver neppure la forza e i soldi per «pagarsi un avvocato e chiedere i danni». In questo senso però dal Centro Trapianti si sta già facendo il necessario. «La comunicazione formale del riconoscimento dell’errore che stiamo facendo partire potrebbe abbreviare l’iter del pagamento dei danni qualora la famiglia lo chiedesse», spiega Andrea Gianelli Castiglione, ben consapevole che l’aspetto del risarcimento è quello meno importante per il Centro Trapianti e l’ospedale. Resta quello che sui documenti i medici hanno definito «evento avverso grave» per fortuna «senza danno al paziente». L’espianto degli occhi non autorizzato, anzi espressamente negato, è avvenuto. «Un caso eccezionale. Evitiamo inutili allarmismi» di Gaia Cesare Un caso del tutto eccezionale. Il primo in assoluto in Italia, dove la legge sulla donazione degli organi funziona, tutela i donatori e anche la volontà della famiglia. Vincenzo Passarelli, presidente nazionale di A.I.D.O., l'Associazione Italiana per la Donazione di Organi Tessuti e Cellule, teme che il caso genovese possa provocare inutili allarmismi. E insiste: «La nostra legislazione è talmente garantista che anche in presenza di una dichiarazione positiva espressa dal defunto prima della morte, se la famiglia pone ostacoli o ha riserve, i medici non procedono al prelievo». Pare che a Genova ci sia stata una svista. Eppure la conseguenza è stata grave. «Di solito avviene esattamente il contrario. La legge prevede che i familiari vengano interpellati solo se manca la dichiarazione di volontà del defunto. Invece in Italia se i parenti non vogliono che si proceda, si preferisce perdere un donatore piuttosto che andare contro la volontà della famiglia». Quali sono i numeri in Italia? «Prima della legge del ’99 eravamo all’ultimo posto in Europa» Le cose sono migliorate? «Assolutamente sì. È cresciuta la sensibilità e oggi siamo al terzo posto in Europa per le donazioni, nel 2006 eravamo persino secondi». Perché le donazioni sono utili? «Perché chi beneficia del trapianto è una persona restituita alla società. Ci sono storie di donne che dopo l’intervento sono riuscite a farsi una famiglia mentre prima non potevano avere gravidanze. Migliaia di storie a lieto fine. E poi è anche una questione economica». Che c’entra l’economia? «Se vogliamo fare un discorso più pragmatico, un dializzato costa alla società 90mila euro l’anno. In Italia ce ne sono più di 60mila. Un trapianto di rene costa 50mila euro e si fa una sola volta». Come convincerebbe gli scettici? «Noi dobbiamo informare, non dobbiamo convincere. Intanto direi che ci sono tutte le garanzie. Che la dichiarazione di morte viene fatta da persone che col trapianto non hanno nulla a che fare. Che tutto avviene nelle strutture pubbliche, senza sospetto di commerci». Sgombrate le paure, cosa aggiunge? «Aggiungo che la donazione è un investimento per la propria salute. Solo una volta nella vita ci si trova di fronte alla morte mentre di fronte alle malattie che necessitano un trapianto ci si può trovare anche quattro o cinque. L’ospedale può avere l’equipe migliore, ma se non c’è l’organo la terapia non si può realizzare». (Il Giornale 30-6-2008, pag. 17) In allegato gli articoli pubblicati a pag 17 del quotidiano "Il Giornale" del 30 giugno 2008.
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