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C’era una volta... il trapianto (1). Storia a puntate della nascita di una pratica medica.

Numero 1, marzo 2003
C’erano una volta, tremila anni fa, all’alba della civilizzazione, alcuni saggi, artisti e ciarlatani che affermarono l’esistenza di mostri favolosi costruiti dalla natura secondo le forme e le combinazioni più diverse (da organi o da esseri ben conosciuti).Così nacquero, per il bisogno della mitologia o della religione, il dio Thot dalla testa di ibis sulle rive del Nilo, la chimera etrusca della città di Arezzo e gli idoli femminili delle grotte mesopotamiche. Nell’Iliade, Omero raccontava di Belleferonte, un intrepido uccisore di mostri, a cui il tiranno della Licia ingiunse di uccidere Chimera, una creatura divina, un essere immortale con corpo e testa di leone, con una seconda testa di capra sporgente dalla schiena e con coda di serpente. Il termine “chimera” venne successivamente acquisito nelle lingue occidentali con due accezioni: la prima si riferiva ad una creatura come la Chimera fatta di parti di più individui o specie diverse; la seconda invece stava a significare un’idea fantasiosa e assurda, impossibile da realizzare (Nuland, 1992). Un’antica tradizione del III secolo d.c. attribuiva ai santi Cosma e Damiano il primo trapianto allogenico: un sacrestano che soffriva di cancrena ad una gamba, se la vide prontamente sostituire con quella di un moro deceduto poco prima. I due santi furono scelti nel 1400 come patroni della prima confraternita dei chirurghi-barbieri, tanto la sostituzione di un organo era, nell’immaginazione collettiva l’atto chirurgico ultimo, il sogno materializzato. Del trapianto di tessuti, invece, si registrano documenti risalenti a più di tremila anni prima della nostra era, quali i papiri egiziani di Ebers, in cui troviamo descritte operazioni plastiche del naso. La rinoplastica eseguita col metodo “indiano” del prelievo della pelle dalla fronte (autotrapianto), è descritta nell’Ayurveda, libro sacro degli indù e, pare fosse praticata fin dall’800 a.C.: “il medico taglia sulla fronte un pezzo di pelle attaccata al viso da una parte. Dopo aver raschiato la superficie del naso egli la copre col pezzo di pelle, tenendola ferma con le bende; poi passa due tubi attraverso la pelle e versa su di essa sandalo fresco” (Rosa, 1969, p. 40). Dall’India questa pratica di chirurgia plastica si diffuse in Europa, dove solo verso il XVI secolo i Vianeo, padre e figlio, eseguirono per primi delle rinoplastiche con il metodo inventato dal siciliano Antonio Branca, cui dette veste scientifica Gaspare Tagliacozzi, dell’Ateneo bolognese, nel suo libro “De curtorum chirurgia per insitionem…” (Venezia, 1597; citato in Rosa, 1969, p. 40). Il metodo “italiano” differiva da quello “indiano” perché prelevava la pelle dal braccio anziché dalla fronte, evitando una deturpante cicatrice, ma allo stesso tempo obbligava il paziente per tre settimane in una posizione scomoda, col braccio alzato e fissato alla testa. Dopo tale periodo, si separava con un taglio l’innesto dall’arto, e con una serie di interventi minori si dava al naso la forma più opportuna. A quell’epoca i risultati erano piuttosto scadenti e il nuovo naso risultava qualcosa di bizzarro appiccicato al viso (Rosa, 1969). “Ciò che tuttavia è rilevante in Tagliacozzi, non è tanto l’innovazione tecnica, quanto l’aver capito che ogni corpo umano ha una propria peculiarità rispetto agli altri” (Nuland, 1992, p. 444). Benché egli non abbia lasciato alcuna relazione scritta, deve aver comunque tentato il trapianto di pelle ottenuta da donatori, e assistito ogni volta al fallimento dei suoi sforzi. In qualche modo egli giunse alla conclusione che il corpo umano ha modo di riconoscere i tessuti che gli appartengono e di rigettare quelli estranei.Una conclusione che esprime in poche e semplici frasi l’essenza del mistero del trapianto: “l’unicità dell’individuo ci dissuade del tutto dal tentare questo intervento su un’altra persona. Perché - continua Gaspare Tagliacozzi - tali sono la forza e l’energia dell’individualità, che se qualcuno credesse di poter accelerare e aumentare la bellezza prodotta dall’unione, anzi di più, realizzare anche la più piccola parte dell’operazione, noi lo considereremmo uno sciocco superstizioso con una cultura medica assai carente” (ibidem, p. 445). La storia del trapianto diventa, pertanto, la storia della nostra sempre maggiore comprensione che le cellule di ognuno di noi custodiscono dentro di sé qualcosa che appartiene solo a loro, e che conferisce loro un carattere unico e non modificabile (ibidem). I trapianti di organo, ed in particolare del rene, furono tentati all’inizio del 1900, con l’intendimento di studiare le vie migliori per arrivare alle anastomosi vasali, sia arteriose che venose. Sembrava che nessun organo si prestasse così bene come il rene, in quanto una è l’arteria, una la vena, uno l’uretere; la sua funzionalità peraltro poteva essere direttamente indagata, attraverso la capacità escretoria, dando un’immagine precisa del risultato dell’intervento (Valdoni, 1969). I primi tentativi di trapianto del rene, sono consistiti nello spostamento dell’organo animale, dalla sede naturale in altra sede. Nel 1896 giunse da Vienna la notizia che un chirurgo austriaco, Emerich Ullman, aveva trapiantato con successo, in un cane, un rene dalla sua sede naturale al collo. Questo autotrapianto eterotopico riuscì. Ma in compenso i successivi tentativi di trapianto da un cane su un altro cane (allotrapianto), o da un cane su una capra (xenotrapianto) si risolsero in fallimenti ed in una disaffezione generale verso i trapianti stessi (Carpentier, 1994). Il progresso della medicina conosce delle pause quando la congiunzione dei fattori di riuscita si fa attendere. E la storia dei trapianti d’organo illustra bene l’interdipendenza delle diverse discipline nelle scoperte terapeutiche.
(Vania Sessa, dalla tesi “Il trapianto degli organi in una prospettiva comparativa”)
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