« indietro

Donare un rene in vita: ferie o malattia? Il giurista illustra la legge sui permessi dal lavoro.

Numero 1, marzo 2003
Dal 1967 la legge n. 458 del 26 giugno consente la donazione di rene tra viventi, consanguinei diretti, ma anche altri parenti e non (con deroga specifica). Prevede anche che il donatore sia “ammesso a godere dei benefici previsti dalle leggi vigenti per i lavoratori autonomi subordinati in stato di infermità” e che sia “assicurato per i rischi immediati e futuri inerenti all’intervento e alla menomazione subita”. Ma una giovane signora di Pisa, che recentemente ha donato un rene al marito, ha dovuto supplire con ferie e permessi dal lavoro ad una carenza legislativa. Colpa del fatto, si dice, che la legge non è stata resa esecutiva dal regolamento previsto entro sei mesi e che doveva essere emanato dal Ministero della Sanità di concerto con il Ministero del Lavoro e Previdenza Sociale (come allora si chiamava). Ora che, per superare le lunghe attese di 7-10 anni, le donazioni tra viventi sono in aumento, il problema si manifesta in modo più evidente e giornali e televisione ne hanno parlato molto, ma si sono dette anche cose imprecise. La disposizione di legge è chiara, ma l’Istituto di Previdenza Sociale, in mancanza di regolamento attuativo, non riconosce l’assenza dal lavoro per malattia non dovuta a fatto morboso proprio. Peraltro, le indagini preventive da adempiere in caso di donazione d’organo sono lunghe e complesse (colonscopia, gastroscopia, arterioscopia, scintigrafia… tanto per citarne alcune), quasi un mese e mezzo. Ecco perché la signora di Pisa, ha dovuto chiedere ferie e permessi e, al momento del trapianto, ha consumato tutto il periodo di malattia retribuita disponibile. Ma era davvero necessario? Per capirne qualcosa di più abbiamo girato il quesito ad un esperto, l’Avv. Stefano Giove, ricercatore presso l’Università La Sapienza di Roma e docente alla Scuola di Specializzazione delle professioni legali a Roma Tor Vergata. La sua risposta è stata categorica:“Non ci si può nascondere dietro la mancata approvazione del regolamento previsto dalla legge del 1967. La previsione normativa è chiarissima di per sé; viene richiamata dalla L 16.12.99 n. 483 (trapianto del fegato), mentre la più recente L. 6.03.2001 n. 52 per i donatori di midollo osseo addirittura detta una disciplina specifica. Del resto lo stesso codice civile all’art. 2110 prevede una tutela per il lavoratore in caso di “infortunio, malattia, gravidanza o puerperio” e la nozione di infermità “protetta” va individuata in qualsiasi fatto patologico che impedisca il raggiungimento dei locali dell’impresa e costringa alla degenza. Ora è evidente - da un lato - come la gravidanza non possa essere considerata una malattia, mentre - dall’altro - la tutela del diritto alla salute, in tutte le sue forme, sia garantita al più alto grado dall’art. 32 della Costituzione. Certo la mancanza del regolamento può costituire una scusa. “Come rimediare allora? “L’unico sistema per provocarne la emanazione è quello di pretendere giudizialmente l’applicazione delle regole. Mi rendo perfettamente conto di come, in evenienze del genere, gli interessati debbano preoccuparsi di problemi più importanti, ma l’esito della richiesta sarebbe scontato; a volte, oltre al giusto rilievo su tutti gli organi di stampa, è bene che i cittadini ingiustamente discriminati si facciano sentire nelle sedi competenti; credo, del resto, che la particolarità della situazione potrebbe trovare un appoggio – per primi – proprio tra i datori di lavoro”.
(Annamaria Scavo)
torna su