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Senza Camice - Manni: “Dico sempre quello che penso”.

Numero 1, marzo 2002
“In realtà io il camice non l'ho ancora tolto...”. Scherza così il professor Corrado Manni, attualmente in pensione, ma ancora profondamente coinvolto nella sua professione di medico. Ha da poco lasciato il posto di Direttore dell'Istituto di Anestesiologia e Rianimazione dell'Università Cattolica di Roma, “...per passare il testimone ai più giovani”, ma non può non continuare a coltivare la passione che lo ha reso un nome prestigioso della medicina oltre che una voce autorevole in molti dei temi più stringenti ed attuali anche, ma non solo, in materia di bioetica.
Da rianimatore è stato una figura importantissima nella storia dei trapianti in Italia, una delle voci più energiche nella battaglia in favore dello sviluppo di una cultura della donazione; “l'obiettivo - ci dice - è creare il consenso intorno al tema della donazione, ma questo implica offrire alle persone gli strumenti per una reale comprensione del tema. Bisogna, con grande pazienza e senza dimenticare il rispetto per le opinioni degli altri, insistere sulla solidarietà, sul concetto del dare agli altri, anche a costo di essere ripetitivi”. Infatti, come ricorda lo stesso Manni, “esistono in Italia grandi forze volontaristiche, un patrimonio molto ricco e troppo spesso non utilizzato”.
Il professor Manni ci parla dei suoi inizi, della sua esperienza in una delle migliori scuole chirurgiche, la scuola di Valdoni, e il ricordo per il suo maestro è pieno di gratitudine anche perché è da lui che ha imparato il valore primario della passione e dello spirito di sacrificio, e l'importanza dell'aspetto umano nella sua professione. “Mi ripeteva sempre - ci dice - «fai una cosa che non ci sia uno che la sappia fare meglio», ma non per vanità, bensì per spingermi sempre a dare il massimo”. E un altra frase di Valdoni è ben rimasta in mente a Corrado Manni: “È l'uomo che fa il ruolo”.
Il lato umano della medicina sta particolarmente a cuore a questo simpatico signore, che scherza sulla sua età e parla come un fiume in piena della sua storia, e di come questa grande passione per la medicina abbia occupato praticamente tutta la sua vita. Anche grazie al suo specifico ruolo di anestesista, ha sperimentato appieno la centralità del paziente-uomo, e ha sentito forse più di altri il misterioso e delicato tema della fine della vita: “Quando un malato, cosciente, si affida a te, mette la sua vita nelle tue mani...è la parte più importante, la più pesante anche se non è consentito angosciarsi”. Allora capisci “che è il paziente, l'uomo, ad essere il centro di tutto”.
Tra gli interessi culturali del professor Manni, c'è quello per la filosofia, che ha molto amato da giovane e che è proprio uno dei motivi che lo ha spinto ad appassionarsi, tra le altre cose, di delicate questioni di bioetica.
La passione per la medicina ha quasi monopolizzato la vita di Corrado Manni, anche se indubbiamente oggi ha più spazio da riservare alla vita privata. La maggior parte del tempo “senza camice” è naturalmente dedicata al riposo, allo stare in casa, alla famiglia. “Non ho particolari hobby - dice ridendo - è quello che mi rimprovera sempre mia moglie!”. Gli piace il cinema, anche se riconosce di andarci raramente: “Solo nel caso si tratti di un bel film - ci dice -; mi fido dei consigli di alcune persone, amici di cui condivido i gusti. Preferisco andarci poche volte, ma per vedere film di qualità”.
Parlando di se stesso, guardando indietro negli anni, il professor Manni non mostra rimpianti: “Sono contento di quello che ho realizzato” e non potrebbe essere altrimenti, viene da aggiungere. “Frenerei un pochino il mio modo di esprimermi, il mio dire sempre quello che penso; sono un Capricorno - sorride - e tutta la mia vita è stata impostata sul fatto di mostrarsi per quello che si è, e in passato questo mi ha procurato qualche fastidio”. Non ha mai accettato di fare politica, anche se gli è stato proposto. Della sanità che cambia ha da ridire: “Bisognerebbe recuperare il rapporto con le persone, le interrelazioni che oggi mancano. Quando sento parlare degli ospedali come di aziende mi si accappona la pelle, è così che ora si chiamano...”.
(Marco Bruno)
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