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Trapianto di mano: due casi in Italia.

Numero 1, marzo 2002
É giovane, ha già lavorato per molti anni in Australia, Francia e Canada ed è, fra l'altro, vice direttore della Microsearch Foundation di Sydney, istituto di livello mondiale, e presidente della Società Italiana Trapianto di Mano e Ricostruzione Funzionale. Nei sogni di Marco Lanzetta, chirurgo della mano che sin dall'inizio si è occupato di microchirurgia ricostruttiva, ha preso forma da alcuni anni un progetto audace: restituirla a chi per incidente l'abbia persa. Rispetto al reimpianto, intervento pur sempre molto delicato e laborioso che si verifica in tempi veloci e purché naturalmente la mano sia stata recuperata, le difficoltà di un trapianto a distanza di tempo sono tecnicamente assai più impegnative. E' necessario fare i conti con la presenza di numerose fibrosi soprattutto a livello tendineo e muscolare e con la diversità dei vasi sanguigni, siano essi arterie o vene. Come sempre le competenze multidisciplinari che si intrecciano attorno ai tavoli del donatore e del ricevente, sono tante, chirurgia dei trapianti, microchirurgia ricostruttiva e dei reimpianti di segmenti corporei, medicina legale, immunologia, neurologia, psicologia clinica, bioetica e rieducazione funzionale.
Un eventuale rigetto, ha come unico rischio quello del ritorno allo stato precedente, ma in compenso è importante ricordare che i pazienti affrontano l'intervento in buone condizioni di salute e possiedono tutte le forze in grado di contrastare gli effetti collaterali della terapia immunosoppressiva. Inoltre l'utilizzo di combinazioni di farmaci ha permesso di diminuirne le dosi e di ottenerne un effetto sinergico. Un primo dato clinico è che essi sono in grado di controllare molto bene l'attività antigenica della cute. Oltre a ciò, al di là di ogni previsione, l'aspetto più favorevole al trapianto di mano è il grado di rigenerazione nervosa sia sul versante sensitivo che motorio e ciò è dovuto non solo alla capacità del nervo periferico opportunamente stimolato di attivare una ricrescita distale, ma anche ad un farmaco che abbina l'azione immunosoppressiva a quella neurotrofica.

Professor Lanzetta, a che punto è la sperimentazione?
“É a due casi compiuti dei cinque previsti in Italia, quindi a buon punto e i risultati sono buoni non solo da noi ma in tutto il mondo. A questo proposito stiamo organizzando per settembre il quarto congresso mondiale sul trapianto della mano che si terrà a Varenna, Lecco, con la presenza di tutti i rappresentanti dei programmi di trapianto della mano nel mondo, Stati Uniti, Cina, Francia, Austria, Italia e anche quelli che ora stanno partendo come la Germania e il Brasile. Sarà un'occasione importante perché faremo il punto della situazione, anche se siamo sempre in continuo contatto”.

Quanto si giustifica da un punto di vista bioetico il rischio connesso ad un intervento così impegnativo?
“Si giustifica se rappresenta un atto terapeutico, se i benefici superano i rischi e in questo senso tutto il mondo della bioetica ha approvato. Era prevedibile che nel tempo si superasse la logica del trapianto salvavita. Si trapianta anche per dare una vita migliore, non solamente per salvarla. Il rene per la dialisi, il pancreas per il diabete, la mano per l'handicappato. Noi abbiamo chiesto il consenso del Comitato etico congiunto della nostra Università e dell'Ospedale di Monza e lo stesso mons. Sgreccia già nel '98 aveva detto che la Chiesa vedeva con favore l'apertura ai trapianti non salvavita”.

Oltre ai problemi normalmente legati ad ogni trapianto, in questo caso sembra essercene uno in più, quello che il paziente vede la mano trapiantata e può non riconoscerla come propria. Quanto ciò ne influenza l'accettazione da parte del ricevente e di conseguenza la compatibilità?
“Questo per me è un falso problema. Se la mano è visibile, anche l'assenza della mano è “visibile” e nessuno vuole sentirsi deforme. Non si deve dimenticare che il problema uno ce l'ha perché guarda e non si vede più una parte del corpo che aveva, perché c'è stato un momento in cui storicamente l'ha persa ed è diventato handicappato di fronte a sé e agli altri. Il desiderio di tornare ad essere un uomo normale è tale, che il fatto di ritrovarla è se mai una soluzione al problema. Forse la mano può essere sentita inizialmente come quella di un altro, ma quando la rigenerazione nervosa comincia a rimandare vere e proprie sensazioni, il ricevente non può non sentirla integrata col corpo”.

Cosa l'ha spinta verso questa sfida?
“Per me è una logica evoluzione del mio lavoro professionale. Faccio il chirurgo della mano, sono un microchirurgo, ho studiato tecniche particolari per riattaccare parti che per incidente si staccano. Spesso sono le mani con le quali si lavora, l'ultima cosa che, per fare un esempio, riusciamo a retrarre da una sega elettrica sfuggita al controllo. E' stato logico pensare al trapianto quando queste parti non siano ricostruibili”.

Cosa l'ha spinta a non demordere, la difficoltà dell'impresa, la complessità dell'organizzazione, il lavoro d'equipe...o che altro?
“Qualcuno doveva pur cominciare, o ci si tira indietro o si affrontano campi ancora da esplorare”.

Ci ha incuriosito il logo della sua carta da lettera, il puzzle di una mano. Cosa ha voluto comunicare con esso?

“E' tutto riassunto lì, tante parti che devono combaciare. La mano è visibile per noi e per gli altri, una cosa fatta bene si vede così come quella fatta male e tutto deve essere ricomposto senza errore”.

...come in un puzzle!

(Annamaria Scavo)
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