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L'Altro perchè delle poche donazioni. Valeri: "È anche delle rianimazioni la responsabilità di tanti organi persi".

Numero 2, luglio 2003
Nonostante il numero di donatori nel nostro Paese, sebbene lentamente, continui a crescere (circa 18 donatori per milione di abitanti), purtroppo è ancora ben lontano dai livelli della Spagna (32 donatori per milione di abitanti). Anche al suo interno, poi, la situazione varia notevolmente da regione a regione. La prima differenza macroscopica si vede già tra quelle del nord, del centro e del sud d'Italia. Sebbene molto sia da imputare alle differenze culturali tra queste tre aree, il divario va ricercato anche nel modo in cui lavorano i nostri rianimatori. Quei medici, cioè, cui spetta il compito, al momento giusto così come previsto dalla legge, di segnalare i possibili casi di morte cerebrale, dando il via alle varie procedure d'accertamento che portano in caso di consenso al trapianto da parte del defunto (quando era ancora in vita) o dei sui familiari, all'espianto dei suoi organi. "Purtroppo, però, - spiega il dottor Maurizio Valeri, medico del Centro Regionale di Riferimento per i Trapianti, del Lazio - tutto ciò non sempre avviene. Proprio la mia regione, ad esempio, con 12,1 donatori per milione di abitanti è notevolmente al di sotto della media nazionale. Oltre a rinnovare l'appello ai cittadini affinché segnalino il proprio assenso o dissenso alla donazione, però, affinché la situazione cambi è fondamentale anche che cresca l'impegno dei medici i quali non sempre segnalano i casi di morte cerebrale impedendo, così, l'inizio delle procedure d'accertamento". Per capire basti pensare che, in base a dati statistici, 60 persone su un milione hanno patologie che li fanno morire in condizioni di morte encefalica. Di queste il 20% viene scartato perché non idoneo clinicamente al trapianto (in quanto, ad esempio, colpito da tumore, epatite o altre malattie infettive) e nel 27-30% circa dei casi si registra l'opposizione al trapianto. Quel che resta - ossia il 50% circa dei decessi, pari a 30 - dovrebbero essere donatori. Ma come si vede, purtroppo, non è così. "Eppure - spiega il dottor Valeri - in base a calcoli teorici se nel Lazio venisse rispettata quantomeno la media italiana ciò significherebbe avere 80/90 donatori, ossia circa 80 fegati e 170 reni. Organi sufficienti a rispondere alle esigenze di quanti sono iscritti alle liste di attesa di questa regione. e che potrebbero, addirittura, invertire il trend tra nuovi iscritti ed operati, che fino ad oggi è sempre stato a svantaggio dei secondi". "Ulteriori passi avanti, poi, - continua Valeri - sarebbero possibili se le rianimazioni attivassero un migliore processo di identificazione del donatore (per età, per sesso, per cause, ecc.) o se migliorasse il loro rapporto con le famiglie dei potenziali donatori". Compito quest'ultimo di pertinenza, però, più che altro del Coordinatore locale. Figura questa non sempre presente e ancora troppo sottovalutata dalle amministrazioni sanitarie locali. Il vero successo, comunque, si avrebbe nel momento in cui un po' tutti, dal rianimatore al chirurgo, dal direttore dell'Ospedale (che spingendo il proprio staff a lavorare bene anche in questo settore della medicina può far crescere d'importanza la struttura in termini di efficienza e di immagine), a quello del Centro Trapianti, fino alle persone comuni chiamate a dare o meno il proprio assenso alla donazione, capissero bene, fino in fondo, l'importanza che i trapianti possono avere sulla vita di migliaia di persone in lista d'attesa. Non è infatti solo nella mancanza di attenzione e sensibilità verso un problema sociale come questo che vanno ricercate le ragioni di tali risultati, per lo più buoni ma non eccellenti, bensì in un organizzazione migliore a tutti i livelli. Enrico Artesi D'Amore.
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