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Scenari una volta impensabili sono adesso realtà: la sperimentazione scientifica sembra non porsi più confini e la bioetica è costretta a rincorrere. Il futuribile dei trapianti.

Numero 1, marzo 1999
È ormai diventato un divo della tv. Presenzialista come pochi, parla in quasi tutti i “salotti” televisivi. In Italia, ma anche all’estero. Clint Hallam, il neozelandese che dal 24 settembre scorso vive con una mano e un avambraccio nuovi, sta raccontando la sua storia davanti a platee sconfinate. Milioni e milioni di telespettatori. È il trionfo della chirurgia-spettacolo, con il bene placito dei medici, dei presentatori e, forse, di noi teledipendenti. Ma anche della scienza che, se ben autoregolamentata, riuscirà a non trasformare questi interventi in tristi presagi alla Frankenstein. E questo, non è che il primo caso. In un futuro prossimo venturo si arriverà alla sostituzione di parti di organo. Una piccola ancora di salvezza, ripetono da anni gli esperti. Questa, infatti, permetterà di evitare il trapianto vero e proprio ostacolato dal basso numero di donatori in Italia. Le nuove frontiere non puntano, infatti, sulla sostituzione dell’organo vero e proprio (quindi da cadavere a vivente) quanto alla ricostruzione dell’organo stesso. Una via giusta da percorrere? D’altronde, è accaduto tutto in poco tempo. Così poco da non riuscire neppure a capire cosa sia giusto plaudire e cosa sia giusto criticare con severità. Un caso per tutti: il Ministro della sanità deve o no dare il suo placet al trapianto del pene? I chirurghi premono, dicono di essere pronti e che gli esiti sono assicurati. La corsa ai trapianti “impossibili”, dunque, è partita. Una sfida che vede marciare su binari paralleli (sembrano non incontrarsi) i medici e gli esperti di bioetica. I primi mirano sempre più in alto, i secondi, interpellati sempre e solo per pareri consuntivi, non hanno in realtà voce in capitolo. Puntano in alto i chirurghi. Fino alla testa. Il neurochirurgo americano Robert White dell’università di Cleveland ha annunciato pubblicamente uno dei suoi più ambiziosi obiettivi: trapiantare la testa. Sostituire il cervello, o un parte di cervello, esattamente come si fa con il rene o il cuore. Ma già, da più parti nel mondo, sono state alzate le mani per fermare il progetto. Le cellule germinali non possono essere sostituite,lo stesso discorso potrebbe valere per il cervello. Per il momento,quindi, si prospetta una tregua. Anche se dietro l’angolo abbiamo il trapianto di lobo e il trapianto di utero. Quello di lobo avviene grazie a un donatore in vita: in Italia ne è stato eseguito uno a Padova, con un’autorizzazione speciale. Quello di utero, per molti, è la speranza vera. Servirebbe a superare il problema degli uteri in affitto. In Gran Bretagna è stato sperimentato con buoni risultati sugli animali. Buoni anche i risultati del primo trapianto di neuroni per tamponare i danni dell’ictus. È stato compiuto in Italia, all’Istituto neurologico Besta di Milano, dove è nata la prima banca al mondo di cellule del cervello. Di quelle cosiddette “progenitrici” che, una volta “maturate” diventano la materia grigia. Obiettivo della banca: la cura del morbo di Parkinson. Un traguardo che solo trent’anni fa, quando Barnard in Sudafrica firmò il primo trapianto di cuore, pochi potevano prevedere. Ora, dunque, dobbiamo imparare a fare i conti con le “frontiere irraggiungibili”. Oggi, per sostituire una cornea basta un ricovero di mezza giornata. Nel 1998 sono stati effettuati i primi trapianti di laringe, cuore-midollo e neuroni. Tra due anni, assicurano gli esperti, il cuore di maiale ci salverà. Chissà.
(Carla Massi, giornalista de “Il Messaggero”)
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