« indietro

Franco Mosca: “Spesso il potenziale donatore non viene segnalato”.

Numero 1, marzo 1999
La cultura dei trapianti non è ancora riuscita a far breccia nel nostro Paese. Troppe le difficoltà da dover affrontare: dai problemi di ordine socioeconomico alle carenze organizzative, per non parlare, delle perplessità culturali. Ne parliamo con il prof. Franco Mosca, Presidente AIRT, direttore dell’Istituto di chirurgia generale e sperimentale dell’Università di Pisa e socio Aido. La donazione degli organi è, nel nostro Paese, ancora insufficiente. Perché? È vero, la nostra sensibilità in proposito non è ancora adeguata alle esigenze, né ha raccolto la sfida degli altri Paesi Europei. Le cause sono molteplici ed alcune meritano di essere richiamate all’attenzione di tutti per trovare possibili soluzioni. Desidero innanzi tutto soffermarmi sul problema del rifiuto del concetto di “morte cerebrale”. Molti ancora oggi non ritengono morta una persona con lesioni complete e irreversibili di tutto l’encefalo ma il cui cuore batte ancora. Questa posizione diffusa più di quanto sembri, affonda le sue radici nella tradizione culturale ed è alimentata da un abuso di termini (coma profondo, morte corticale, coma irreversibile) che fra i profani destano sconcerto e sospetti. È nostro dovere impedire che l’informazione medica assuma i caratteri dello scoop giornalistico. Il passo successivo è quello di favorire una “cultura della donazione”. Mi rivolgo, in particolare, ai medici. Non possiamo nascondere che in molti casi, il potenziale donatore non viene neppure segnalato. Per superare questo ostacolo è necessario ribadire che la segnalazione del potenziale donatore costituisce il momento iniziale di un atto terapeutico dovuto. Ed è proprio per questo motivo che le carenze organizzative non possono giustificare la mancata segnalazione. Appare fondamentale uno spirito di collaborazione che spesso è venuto a mancare. Il trapianto è l’atto finale di una lunga catena di eventi che inizia dalla segnalazione del potenziale donatore e si conclude con l’intervento operatorio. È necessario che gli anelli di questa catena si sentano tutti partecipi di un progetto ben definito che offra precise responsabilità, ma anche eguali soddisfazioni. Un altro fattore che limita l’esecuzione dei trapianti è il cosiddetto “mancato consenso”. Che cosa si può fare in proposito? Occorre promuovere programmi di educazione sanitaria destinati a tutta la popolazione e finalizzati ad incentivare quel sentimento di solidarietà che è alla base della donazione. Programmi,quindi,che non focalizzino l’attenzione sull’atto medico, che non si propongano di portare alla ribalta il trionfo della tecnologia, ma che convoglino i riflettori sul valore umano e sociale del trapianto. Il “mancato consenso”,a dire il vero,è un problema il cui peso è in progressiva diminuzione e potrà scomparire il giorno in cui tutti prenderanno coscienza delle proprie responsabilità. Nutro, invece, molte perplessità sulla proposta del “silenzio-assenso” e ancor più sull’opportunità di eliminare il vincolo del consenso. Non possiamo calpestare secoli di tradizioni culturali e rimuovere, per legge, sentimenti profondamente radicati nell’animo di molti. Un bilancio alla fine del suo mandato, come presidente dell’Associazione interregionale trapianti. Siamo al sesto anno di attività dell’AIRT e i risultati sono nettamente positivi. Per quanto riguarda i donatori siamo passati da 11,8 donatori per milione di abitanti (1994) a 19,2 (1998).Abbiamo superato la media europea. Naturalmente si è registrato anche un aumento nell’attività di trapianto: 53 trapianti per milione di abitanti nel 1998. Voglio inoltre segnalare l’attività dei gruppi di lavoro con la formulazione di proposte innovative e l’approfondimento dei problemi comuni, l’azione promozionale svolta nelle nostre regioni ed infine lo stimolo stesso, anche in senso competitivo, che proviene da uno spontaneo lavoro in comune.
(Vincenzo Passarelli)
torna su