« indietro

Aveva 24 anni nel 1966 la caposala del primo trapianto di rene in Italia. Quella sera la svolta.

Numero 2, luglio 1998
Piccoli fogli bianchi, in tasca. Sono trascorsi trentadue anni ma Gina, quegli appunti, li ricorda ancora, con viva chiarezza. Magnesio, bicarbonato, altri sali ed una rigorosa sterilità. “Era la formula voluta dal professor Casciani per preparare la soluzione elettrolitica con cui lavare il rene prima di trapiantarlo. Facevamo tutto a mano, allora, non esistevano preparati farmaceutici”. Gina Del Gallo, caposala del Centro dialisi del Policlinico Umberto I di Roma, i trapianti li ha visti nascere. Era il 1966 quando in Italia veniva eseguito il primo trapianto di rene. Il ricordo va ad una paziente, una giovane paziente,“era una ragazza sui diciannove anni”. Tutto avvenne lì, II Clinica chirurgica, palazzina rossiccia, ingresso vicino al pronto soccorso, reparto al primo piano. Gina ricorda gli stati d’animo di quei giorni: “No, non si può dire che all’inizio fossimo consapevoli di quanto succedeva. Era una terapia chirurgica nuova, che destava curiosità”. Ma, nonostante l’incognita, niente apprensione. “Si respirava fiducia, piuttosto, eravamo tutti molto concentrati sulle cose da fare, infermiere e medici. Forse perché la nostra era un’equipe preparata ad assistere pazienti cronici. Anche psicologicamente. Dunque, eravamo solo ben contenti di fare qualcosa di più per questi malati costretti ad una dialisi, all’epoca, molto pesante e dolorosa che durava fino a dodici ore per ogni trattamento (oggi quattro) e che non si avvaleva certo delle tecniche raffinate a disposizione attualmente”. E così fu. Quella prima operazione venne effettuata dallo staff del professor Paride Stefanini, - “burbero ma umano” - nel pomeriggio sera del 27 aprile. Gina mentre racconta, sorride. “Lo sa cosa fecero i chirurghi Casciani e Cortesini la mattina di quello stesso giorno? Vollero testimoniare al mio matrimonio. “Questa sera vi troveremo noi da fare”, dicevano alle mie colleghe Maria, Lucia, Rossana. Il giorno che Gina Del Gallo, appena 24 anni, prometteva eterno amore a Franco, un agente di polizia pronto ad aspettare ore
fuori dal Policlinico per incontrarla, la medicina scriveva un nuovo capitolo della sua storia. Dopo dieci giorni, al ritorno dalla luna di miele, Gina in reparto si fa raccontare ogni dettaglio. “Sì, me la sono persa la prima notte del primo trapianto. E, lo confesso, non ci ho pensato neanche tanto... Tornata al lavoro, il paziente trapiantato assorbiva moltissime energie. Ogni ora controllavamo frequenza cardiaca, polso, respiro, quanto avesse urinato e bilancio idrico. Una attenzione quasi esagerata”. Le chiedo se a distanza di tempo individua errori o leggerezze compiute in quelle ore. “Non credo ne avessimo commesse - risponde -. Abbiamo fatto allora quello che avremmo fatto oggi. Unica eccezione, gli strumenti”. E il pensiero corre già ai trapianti successivi. “Bastarono pochi numeri ad aprirci gli occhi - continua Gina – quando in laboratorio, prime fra tutti ad aspettare i risultati delle analisi, le mie colleghe ed io leggevamo quei valori, azotemia e creatinina: normali. Dopo soli due o tre giorni dal trapianto”. Sì, quella era la svolta, vissuta con serenità. I medici: Cortesini, Baroni, Arullani, Boffo, Casciani, Cucchiara, nomi che si rincorrono nella memoria, “una equipe mossa dalla dedizione per la ricerca”. La stanza piastrellata fino al soffitto di un celestino chiaro; la lampada battericida; i tubi con cui lavare le mattonelle; le siringhe di vetro. Luoghi e oggetti testimoni di tante piccole felicità.“E che dire dei giornali nel forno! Anche quelli sterilizzavamo”. Da due anni Gina è in pensione. La sua vita è cambiata, ma è sempre al servizio degli altri. Ora c’è Lorenzo, un anno. Se dovesse raccontargli
tutto... “sarebbe lui a farmi una domanda: ‘E tu, nonna, che facevi?’”.
(Loretta Cavaricci)
torna su