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Le paure di un medico trapiantato “Non ti insegnano a ricominciare...”

Numero 2, luglio 1999
Trapianto, parola magica di uso ormai corrente, circondata però da un’alea di mistero per la maggior parte di coloro che, direttamente o indirettamente, hanno un qualsiasi approccio con essa, data la scarsa
informazione e la quasi totale indifferenza dei media per l’argomento. Chi scrive è un medico trapiantato di cuore di recente che vuole portare la sua testimonianza a chi è in attesa di trapianto o sta vivendo come lui il ritorno alla vita normale. L’approccio al trapianto d’organo è sempre traumatico per il paziente e per i suoi familiari perché, in genere, si giunge a tale decisione estrema dopo una lunga serie di eventi morbosi dolorosi e debilitanti che pongono il soggetto di fronte ad una situazione di ineluttabilità e di prevaricazione della propria volontà. Non sono numerose le strutture preposte all’assistenza psicologica del soggetto e della sua famiglia e, comunque, tale assistenza viene fornita solo dietro richiesta del paziente, quasi sempre spaventato e disinformato sui suoi diritti, mentre sarebbe importante che, una volta uscito dall’ospedale, egli trovasse predisposto per lui un programma di “rieducazione assistita alla vita”. Infatti, superato l’evento traumatico dell’intervento, della sala di rianimazione e dell’isolamento e passata l’euforia dello scampato pericolo, il trapiantato si trova di fronte ad una nuova realtà che lo proietta in uno stile di vita completamente diverso dal suo precedente. La sua giornata prevede scadenze fisse per controlli e terapie, dipendenza assoluta dei farmaci e rigide precauzioni nello stile di vita. Questo è il momento più critico per lui ed è qui che risulta fondamentale l’assistenza di centri specializzati che possano accogliere le perplessità e i dubbi di un soggetto che riscopre a poco a poco il suo corpo e rientra gradualmente in possesso delle proprie capacità fisiche. Quando il soggetto non riesce, per disinformazione o impedimenti di varia natura, ad usufruire di un supporto qualificato, subentra la sindrome dell’abbandono perché si passa da uno stretto ed assiduo controllo medico ed infermieristico che dà sicurezza ad un progressivo abbandono che genera paura latente ed incertezza sul proprio futuro. Se si aggiunge a ciò il difficoltoso reinserimento nella società e
nel mondo del lavoro, si configura la sindrome del trapiantato che a fatica si riesce a superare. Non dimentichiamo inoltre che il trapiantato, proprio per la suddetta disinformazione generale, è guardato come un fenomeno strano, un essere diverso che “fa senso” e viene osservato con curiosità morbosa. Tutto ciò, comunque, è un prezzo che si paga volentieri, compensato dal ritorno alla vita. Chiudo con un grazie a tutti quanti mi sono stati vicini e con la speranza che il problema dei trapianti venga fatto conoscere capillarmente alla popolazione, cosicché sia sempre più semplice aiutare chi ripone solo in questi la sua speranza di vita.
(dott. Nicola Leonardo, Medico - Roma)
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