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“Aspettavo un cuore nuovo, arrivò un figlio. Anzi due...”.

Numero 4, dicembre 1999
Renato Carrera, trapiantato al Policlinico Umberto I tre anni fa, si racconta.

“Non conosco di loro nome né volto ma sono state due donne a darmi tutto: una mi ha reso padre, l’altra mi ha restituito la vita”. A parlare così è Renato Carrera, 50 anni, calabrese, impiegato del comune di Cinquefrondi, suo paese natale, in provincia di Reggio Calabria. Lavora per l’ufficio elettorale. La storia che Renato racconta comincia nel 1985: cattiva respirazione, affanno. A Genova i medici gli diagnosticano un passaggio di sangue da un ventricolo all’altro. Il suo cuore è un po’ malandato ma non sembra così grave. Lui crede di star bene, dopotutto, continua la sua vita, ha solo un cruccio: non riesce ad avere un figlio da sua moglie Antonella,anche lei calabrese, sposata tanti anni addietro. Allora decidono insieme per l’adozione e arriva Bernadette, una piccola indiana che oggi ha dodici anni. Poco dopo però il cuore di Renato torna a fare i capricci, e questa volta fa sul serio: cardiomiopatia dilatativa. Il responso è chiaro: passeranno pressappoco due anni ma non rimarrà che il trapianto. I medici, questa volta, non lasciano dubbi. Lui, intanto, va a trovare Madre Teresa di Calcutta: è la seconda volta che le fa visita. Ma se la malattia non si lascia attendere, lo stesso, nel medesimo istante, vale anche per la speranza, pure la speranza non si lascia attendere. Era quella idea, ormai rimossa, di avere un bambino. Sembra ancora incredulo mentre lo ricorda Renato: “dopo quindici anni di matrimonio, mia moglie mi comunica la notizia. E Francesco, oggi sette anni, nasce, come me, il 25 marzo. Era il 1992, io mi sentivo sempre più debole…”. Passano altri tre anni, la malattia avanza, Renato non riesce a salire due gradini. E non riesce neppure a prendere il figlio in braccio, questo il ricordo più brutto. Ma finalmente è il momento del ricovero, uno di quelli decisivi, al Policlinico Umberto I di Roma subito dopo Ferragosto “e a dicembre entro in lista d’attesa. Cercavo un cuore nuovo”. Eppure a Renato non bastava sentirsi ai confini della vita per poter aspettare la scomparsa di un’altra persona che donasse a lui l’organo. Tanto che sperava, piuttosto, di tirare avanti ancora un po’ ed arrivare magari all’epoca dei trapianti transgenici, quelli che utilizzano organi di animali trattati. Ma i tempi non lo permettevano: lui torna in Calabria e intanto l’ospedale esamina i cuori disponibili. “Sono stato chiamato ben due volte, ma in entrambi i casi gli organi non potevano essere utilizzati”. Fino al 3 febbraio 1996,il giorno del trapianto, casualità vuole che sia calabrese perfino il chirurgo, il professor Papalia:“non so niente del donatore – dice Renato – solo che era una donna ed aveva 35 anni, un’altra donna che mi ha cambiato la vita, anzi mi ha permesso di continuarla”. E il pensiero per un momento torna all’altro volto, sconosciuto, della donna che ha dato alla luce la sua figlioletta indiana. La famiglia che si allargava proprio mentre lui non sapeva se ce l’avrebbe fatta, è stata la combinazione degli eventi che il destino o Dio – Renato è credente – ha scelto per lui. Ma come racconta il trapianto ai suoi figli, oggi, dopo tre anni e mezzo dell’operazione? “Come lo avrebbe raccontato mia madre che da ragazzo, ai miei primi lavori non retribuiti mi diceva sempre: meglio un amico in piazza che cento denari in tasca. Voleva dire, sii generoso e vedrai che ti tornerà”. Renato Carrera oggi sta bene. L’unico ricordo concreto della malattia sono le medicine che deve prendere, quelle anti-rigetto “il mio pane quotidiano” e gli anti-ipertensivi “ma chi non soffre di pressione alta!”, dice scherzando. Gli amici, sì, lo hanno aiutato in questi anni.Adesso che tutto è passato lo ribattezzano perfino:“ma quale Renato! Tu al posto della lettera E hai messo una I… e sei ri-nato”.
(Loretta Cavaricci)
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