« indietro

Trapianto: antico desiderio dell’immaginario umano. Il professor Franco Filipponi su simbologia e mito.

Numero 3, dicembre 2001
Dal cinese Pin Chao che secoli fa avrebbe scambiato due cuori per fini energetici, ai Santi Cosma e Damiano ritratti dal Mantegna nel primo innesto di un arto.

Risale alla notte dei tempi l’immagine fantastica di chimera (mostro mitologico con la testa da leone, il corpo da capra e la coda da drago). Finalmente nel secolo scorso la medicina, nell’infaticabile impegno a sconfiggere la morte, è riuscita a rendere possibile una entusiasmante realtà, l’uomo chimera, vale a dire, l’uomo trapiantato. A parte le difficoltà tecniche, il processo trapiantologico, pur se materialmente chirurgico, va ad intaccare anche aspetti spirituali e psicologici dell’uomo che non possono essere ignorati. Questa l’analisi del professor Franco Fipponi della sezione universitaria trapianti epatici presso l’Azienda Ospedaliera Pisana.

Professore, Lei parla di uomo chimera: cosa simboleggia il trapianto per le persone che vi sono coinvolte e quali sono o possono essere le implicazioni a ciò connesse?
“Ne avevo scritto a suo tempo e recentemente ad un convegno tenutosi a Lucca con la partecipazione anche di psicanalisti, ho avuto occasione di riconfermare questo concetto di “avventura del trapianto, come un percorso a più vissuti”. Il percorso trapiantologico di ogni paziente raccoglie in sé infatti un insieme di problematiche, tutto il vissuto del paziente stesso, dei familiari, del chirurgo, dell’ambiente, ma è anche un percorso che di fatto l’umanità si è trascinata dietro sin dall’antichità come chimera concettuale, psichica.”

Può spiegare meglio?
“Già anticamente l’uomo, resosi conto del fatto che non era perfetto, che rischiava la vita, ha cercato la soluzione nel suo immaginario, pensando al trapianto di parti malate del corpo umano con parti sane. Questo concetto della chimera gli ha permesso di superare sia la malattia che la morte ed è presente sia nella cultura pagana che religiosa, mono o politeista. Nella cultura cinese, dominata dal taoismo, una dottrina estremamente rigida per quanto attiene all’integrità del corpo, si narra di uno scambio di cuori, fatto tanti secoli fa dal medico Pin Chao, su due pazienti che presentavano sintomi opposti. Secondo il medico per ristabilire un equilibrio energetico, l’unica soluzione era scambiare i centri dell’equilibrio stesso, i cuori appunto. La “Storia dorata”, che viene riportata nel XIII secolo da un vescovo di Lugano e che
ispirò grandi pittori del rinascimento, fra cui il Mantegna, ci racconta di un vero e proprio trapianto fatto dai Santi Cosma e Damiano, diventati per ciò stesso i protettori dei medici e dei chirurghi. Nel 598 d.C., di fronte ad un sacrestano,malato probabilmente di tumore osseo ad una gamba, non lo curarono secondo la logica demolitiva dei tempi, amputandogli la gamba, ma gli trapiantarono quella di un morto, che era fra l’altro un moro. Questa gamba nera, che tanto più diventa evidente nelle riproduzioni pittoriche, ci fa riflettere su una straordinaria tolleranza alla “diversità” del microcosmo dell’individuo. Una problematica che noi oggi ancora ci troviamo ad affrontare nel macrocosmo della convivenza sociale oltre che nel microcosmo del trapianto.”

Ma quindi oggi come è vissuto il trapianto dai pazienti effettivamente coinvolti?
“Il paziente che riceve un nuovo organo deve essere capace di accettarne l’estraneità.”

Ecco, cosa significa accettare un organo estraneo?
“L’accettazione dell’organo alla fin fine a mio avviso ha vari momenti. C’è in un primo momento un rifiuto essenzialmente biologico dell’altro, dell’intruso, poi però si innesca un meccanismo che porta alla tolleranza all’organo. In tre pazienti su quattro, in maniera più o meno sofferta, questa situazione si verifica. E non è solo un fatto biologico. Qui entra in gioco tutto il piano psichico, perché il travaglio spirituale che questi pazienti hanno, per alcuni è pesantissimo. Poi tre su quattro superano le difficoltà e arrivano all’accettazione dell’organo e non solo lo tollerano,ma anche lo proteggono in quanto consente loro di vivere di più e meglio di prima. Uno su quattro non accetta psicologicamente l’organo estraneo. La lesione dell’integrità individuale non viene sopportata, si creano interferenze fra piano psichico e piano corporeo. Noi medici parliamo di rigetto cronico, e troviamo sempre la spiegazione razionale ma la biologia qui c’entra fino ad un certo punto. In alcuni casi il ricevente non sopporta più un’unità corporale perduta e una coabitazione che avverte come inaccettabile. Così, sia pure in maniera inconscia, in una disperata difesa della propria unicità, attiva meccanismi di distruzione dell’organo trapiantato, che sono anche di autodistruzione.”

Quanto può pesare il “senso di colpa” del dovere la propria vita alla morte di un altro ?
“Non molto penso, anche se esiste quest’abitudine a puntare il dito sul senso di colpa. A mio avviso esso può incidere durante la lista d’attesa, forse nei primi tempi. Alla fine si accetta tutto.”

Ci sono organi che è più difficile accettare, o tutto dipende da questa capacità di adattamento del singolo ad amarsi anche con qualche parte non sua?
“A mio avviso non ci sono differenze specifiche, anche se forse fegato e cuore possono essere più difficili da accettare, perché connaturato ad essi è il concetto di organo unico e salvavita. In questo senso può entrare in gioco il senso di colpa cui lei accennava. Senza essi si muore, e, in questi casi, la propria sopravvivenza dipende dalla morte di un altro, mentre senza rene si può sopravvivere, si va in dialisi, se poi il rene arriva, meglio. Più difficile è abituarsi alla “vista” dell’organo trapiantato. Per cuore e fegato, che non si vedono, è solo questione di valutazione psicologica della propria integrità, un profondo rimettersi in discussione nella propria unicità. Ma tutti abbiamo visto quanto più sia difficile accettare una mano trapiantata, innanzitutto perché ogni giorno la si vede e non la si riconosce come propria, inoltre perché si era immaginato un trapianto miracolo che le restituisse integre le sue funzioni e ci si scontra con la realtà di una mano che funziona male Anche per la cornea può esserci qualche difficoltà, perché soprattutto all’inizio non consente di vedere bene.”

Lei ha definito il trapianto di fegato, la sua specializzazione, un viaggio d’avventura, perché?
“Il trapianto di fegato è di una complessità chirurgica estremamente elevata, è il trapianto che ha avuto ed ha nel tempo una percentuale di morti intraoperatorie maggiore. Il fegato è una centralina, molto complessa, che in pratica sovrintende a tutto il metabolismo dell’organismo. L’incognita del suo funzionamento è grande. Non abbiamo dati specifici. Il decorso per quanto riguarda l’assestamento, l’equilibrio psicologico, l’immunosoppressione richiede dai dieci ai dodici mesi.”
(Annamaria Scavo)
torna su