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Dario Fo: ”Uno spettacolo per i trapianti? Ci penserò!”.

Numero 2, giugno 2002
Per il premio Nobel organizzare una pièce è come fare scienza. “L'era del dna manipolato? Ne sono un osservatore disincantato”.

ROMA - Tutti quelli che conoscono Dario Fo, sanno che con le sue commedie ed i suoi monologhi riesce ad ottenere lo stesso effetto di una carica esplosiva. Ma forse non tutti sanno che Il chimico e industriale svedese Alfred Bernhard Nobel (1833-1896), per volere del quale fu istituito l'omonimo premio, ebbe fortuna proprio grazie all'invenzione della dinamite da una miscela di nitroglicerina e farina fossile. Una curiosità. Nel suo testamento Nobel lasciò una parte cospicua dell'ingente patrimonio ad una fondazione che s'incaricava di assegnare ogni anno un premio a coloro che si fossero distinti in fisica, chimica, medicina, letteratura e in attività volte a promuovere la pace. Ebbene, a Dario Fo, “il giullare”, nel 1997, è stato assegnato il Premio Nobel per la Letteratura, In modo inaspettato perché il suo nome non era incluso nella rosa dei candidati.
Nato a Leggiuno Sangiano in provincia di Varese il 24 marzo 1926, inizia la sua carriera in Rai con lo spettacolo radiofonico Poer nano (1952). I primi successi arrivano con il teatro e le riviste satiriche Il dito nell'occhio, (1953) e Sani da legare con Franco Parenti. In compagnia di sua moglie Franca Rame dal 1958, ha scritto, diretto e interpretato spettacoli in cui, così come recita la motivazione dell'Accademia di Svezia, “con una fusione di divertimento e impegno, apre i nostri occhi agli abusi e alle ingiustizie sociali, collocandoli nella più ampia prospettiva storica”.
Tutta la sua opera e la sua vita sono dedicate al recupero, alla valorizzazione e alla riproposta di tradizioni, forme drammatiche, linguaggio e cultura di quella fascia della società dimenticata dall'ufficialità e oppressa dai potenti. A questo impegno si è affiancato un lavoro di creazione di nuove forme di rappresentazione teatrale in cui la satira politica e di costume si accompagna ad una capacità affabulatoria di antica matrice.
La satira ha la capacità di leggere ironicamente la realtà per denunciarla, “gridare” le incongruenze della società richiamando l'attenzione su problemi che si tende a rimuovere anche ricorrendo a paradossi per aiutare a capire. Nel campo della sanità paradossi ce ne sono tanti: a fronte della ricerca che si spinge sempre più avanti, le strutture sanitarie continuano ad essere carenti.
Lei che è un uomo di satira è favorevole alla donazione di organi e tessuti?
“Sono assolutamente d'accordo. Lo farei molto volentieri. E' bello aiutare le persone che soffrono donando una parte di se stessi, in particolare dopo la morte di cui non si può più fare uso”.
Ha dimostrato ampiamente, nel corso della sua carriera, che il teatro aiuta la società nelle sue battaglie sociali. Metterebbe in scena un lavoro che aiutasse a diffondere la cultura della donazione?
“Nello specifico ci penserò perché mi piacerebbe molto. Ho già scritto molto materiale e con il mio lavoro sono sempre stato vicino anche a temi scientifici”.
Donate spesso il ricavato degli spettacoli con sua moglie, Franca Rame per scopi benefici...
Si, ci aiuta ad avere piena soddisfazione dal lavoro che facciamo.
Nelle vostre biografie si legge che il padre della signora Rame, Domenico Rame, era il poeta della compagnia e, fin da allora gli incassi delle serate erano devoluti per costruire asili o per altri scopi benefico-sociali”...
“Le nostre famiglie ci hanno tramandato ideali e solide tradizioni”.
Voi siete tutti di origine settentrionale. Al Nord il numero di donatori di organi è più alto che al Sud. Siete più generosi?
“Pura coincidenza. Se vogliamo fare informazione non dobbiamo pensare che nel nostro Paese esistono due realtà ma dobbiamo cercare di uniformare le diverse mentalità”.
Se potesse assegnare il Nobel “per la generosità” a chi lo darebbe oggi?
“A Gino Strada, il chirurgo fondatore di Emergency, l'associazione che si adopera per le vittime civili di guerra in Ruanda, Nord Iraq, Cambogia e Afghanistan. Qui nei suoi primi sette anni di vita ha costruito ospedali ed eseguito migliaia di interventi chirurgici in condizioni assolutamente sfavorevoli. A queste attività si affiancano anche quelle di sensibilizzazione e d'informazione che Emergency svolge in Italia”.
Nel futuro della medicina molte speranze: da una parte si parla di organi animali dall'altra di cellule staminali che in futuro potrebbero aiutare a costruire organi a hoc. Cosa ne pensa?
“Ogni giorno se ne legge una nuova ed è molto facile chiedersi se non succederà un disastro. E' noto che sono un osservatore disincantato della nuova era del dna manipolato in cui, dolenti o nolenti siamo precipitati”.
E' favorevole o contrario alla ricerca scientifica sulla biogenetica?
“Non sono un uomo delle caverne. Faccio anch'io in un certo senso scienza. La scienza non è mica soltanto legata alle scoperte della medicina e della tecnologia. Organizzare uno spettacolo spesso diventa una vera e propria scienza.
Beninteso, io non sono contrario agli esperimenti, ma bisogna che sia un controllo serio ed onesto, non truccato”.
Allora, l'idea che si potrebbe arrivare ad impiantare un organo prelevato da un animale, un maiale, ad esempio, non la sconvolge?
“Il problema - e su questo ci ho fatto alcuni sketch - è che sia data per scontato l'umanizzazione del maiale e la maializzazione dell'uomo.
Le sembrerà assurdo ma anche in Italia si stanno allevando maiali manipolati geneticamente per condizionarne lo sviluppo e renderli compatibili per i trapianti. Sembra che ci siano quasi riusciti ma non si può arrivare ad un traguardo simile in così poco tempo. Ci vogliono anni e anni di esperimenti per capire i potenziali pericoli di nuove malattie e nuovi virus”.
Lei riesce a suggerire una soluzione saggia?
“Andarci cauti. La sperimentazione è troppo seria. L'esperimento è il divenire dell'uomo e perciò non può farsi trascinare dall'effetto guadagno, dalla tendenza di mettere il copyright ad ogni scoperta”.
Un trentennio di ribalta, per un artista che ha saputo coniugare cultura e popolarità, estro creativo e impegno sociale, arte e divertimento.

E, per conoscere più a fondo “l'uomo” Dario Fo?
Qualcuno gli ha chiesto se qualcosa è cambiato nel suo percorso umano a partire dai lontani anni Sessanta e fino alla sua attuale dimensione di commediografo vivente più rappresentato al mondo. Ha risposto: “Sono un timido, un impacciato, faccio continuamente gaffe, mi dimentico di tutto... Poi guardo i difetti degli altri, li unisco ai miei, li ingrandisco, ci aggiungo la commozione, la vigliaccheria, i pudori inutili, il cattolicesimo che ho addosso e che in certe forme non vorrei (ma che mi tiro dietro perché sono nato in Italia e anch'io andavo a fare il chierichetto), le paure, il non sapere cosa dire, il parlar troppo in certi momenti e il vergognarmi d'aver detto certe cose. Ho il coraggio di vedermi, di capire quando sbaglio e quando la finta modestia mi fa fare atti di presunzione... E poi m'ispiro alla storia, cerco di capire cos'è l'ignavia, se esiste oggi, dove si trova, perché gli uomini cercano di stordirsi con le distrazioni o si buttano a capofitto nel lavoro”.
(Nella Cerino)
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