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Gabriele, nato due volte.

Numero 1, gennaio 2010
Il 16 gennaio 1997 Gabriele si trova su un letto della sala operatoria dell’ospedale pisano di Cisanello e si chiede come mai abbia una visione tanto strana: il piano ortogonale è ruotato di 90° e tutti hanno indosso una, una bandana? Intontito dalla preanestesia, non mette immediatamente a fuoco che sta per sottoporsi alla operazione che avrebbe risolto i suoi problemi di salute. Il trapianto renale infatti, era l’unica e l’ultima terapia che poteva ridargli una vita normale dopo cinque anni di malattia. A vent’anni aveva diverse destinazioni davanti a sé: doveva partire per fare alcune gare di karatè in giro per la Toscana, e poi subito in Galles a studiare biologia con una borsa di studio dell’università, ma un giorno, in uno studio nefrologico di Pisa, la diagnosi di una grave malattia ai reni aveva arrestato i suoi progetti. “In un attimo il mondo per me si fermò come un treno senza energia, in attesa di essere rifornito. Fino a un momento prima vivevo una corsa sfrenata verso i miei traguardi, ma le parole e lo sguardo preoccupato di una dottoressa me li fecero apparire improvvisamente lontani e piccolissimi”. Da quel giorno si susseguono molti medici, moltissime analisi, alcuni ospedali e varie cure, per tre anni. Poi la dialisi e l’attesa del trapianto. Per due anni e mezzo un giorno sì e uno no si sottopone alle sedute di dialisi per tre ore, tre ore e mezza alla volta. Ogni tanto a fine seduta sviene ma non gli dispiace perché il risveglio che ne segue è meraviglioso, dice. In quel periodo Gabriele si porta appresso il mitico “teledrin”, i telefonini allora non esistevano, e quel curioso strumento di comunicazione era in contato diretto con i vari ospedali e familiari che avrebbero potuto in qualsiasi momento contattarlo per dargli la fatidica notizia. Il teledrin in oltre due anni non aveva mai suonato e il giorno in cui finalmente suona, lui non lo ha con sé, si era separato da quello strumento per andare a fare la spesa. Per fortuna i medici riescono lo stesso a contattarlo e poi tutto diventa veloce. Va subito all’ospedale di Livorno, dove si sottopone agli esami di rito, più un’ulteriore seduta di dialisi. Lì lo raggiungono i genitori e lo portano all’ospedale di Cisanello dove sarebbe stato sottoposto a un trapianto di rene. “Mi hanno dato una di quelle vesti che si vedono nei film americani, di un color celestino- cielo-triste-dopo-la-poggia, con l’apertura sulle spalle e lungo la schiena. Poi l’infermiere mi ha preso e portato in bagno con un rasoio usa e getta, e lì mi sono preoccupato. Facendomi accomodare, mi ha detto che stava per rasarmi sul pube, dove avrebbero fatto la cicatrice. Avrei sicuramente preferito le morbide mani di una qualche dolce infermiera a quell’uomo, simpatico ma dai modi rudi… mi ha rasato senza neanche un po’ di schiuma da barba! Dopo, con il pube che sembrava una coscia di pollo prima della cottura, mi hanno posteggiato sopra un lettino ad aspettare l’infermiera. Due minuti dopo questa era lestissima a bucarmi il braccio sinistro con una cannula, per poi collegarla a una flebo contenente una dose di farmaci che avrebbe reso immune da ogni malattia un allevamento di mucche chianine della maremma! E per finire, come se non bastasse, la suddetta infermiera mi ha silurato con una dose di preanestesia, dopo di che mi sono compiacevolmente sdraiato sul lettino”. Pochi minuti dopo lo raggiunge il professor Carmellini che di lì a poco l’avrebbe operato e con sua somma sorpresa chiede a Gabriele dove preferisce il nuovo rene:“Destra! Ma mi raccomando dottore, mi faccia una cicatrice come si deve eh! …Se in futuro vado con una ragazza non posso fare una brutta figura”. Il medico si mette a ridere e promette che avrebbe fatto del suo meglio. Tra coscienza e sogno Gabriele viene portato in una sala sterile, dove su un altro lettino è sdraiata un’anziana signora che russava profondamente:“Non avrei mai creduto che una donna potesse emettere dei suoni simili, se chiudevo gli occhi mi immaginavo un trattore degli anni Trenta”. Dopo alcune ore entra nella stanza un altro lettino, con un signore di mezza età, di carnagione scura, calvo e con i capelli appiccicati ai lati della testa. Improvvisamente il signore si gira verso di lui e con una voce profonda e potente domanda:“ Ci credi in Dio?” E continua:“Io sono un chimico, ho studiato la sindone e non si può non dedurre che il volto lasciato su quel telo non può essere un processo naturale, perché le distanze e i riferimenti di un volto umano avrebbero lasciato segni diversi…” Gabriele, stordito e sorpreso non fa nemmeno in tempo a riflettere su quella strana situazione che un infermiere lo prende e lo porta in sala operatoria. “Ho un ricordo surreale di quell’ambiente: regnava un baccano incredibile, c’era una musica in sottofondo che mi sembrava altissima, i medici e tutti gli altri operatori avevano dei curiosi copricapo colorati e tutti sorridevano”. L’anestesista prende il suo braccio sinistro e gli spiega che sta cercando l’arteria; prende un ago lunghissimo e inizia a esplorare il suo arto superiore. Gabriele non ha paura anzi è interessato a quella ricerca ma un dubbio improvviso lo assale:…e se l’anestesia non avesse funzionato? Ci pensa per qualche secondo su quel tavolo operatorio freddo e duro, quando l’anestesista gli chiede di contare ad alta voce fino a dieci: uno, due, tre… la luce si riduce a una sottile fessura, poi buio e come risucchiato all’indietro, sprofonda in un sonno innaturale. Ossigeno, quel sapore di fresco energetico che pervade il naso di Gabriele al suo risveglio è ossigeno. È disteso sul letto con un dito imprigionato in una specie di “molletta” per il bucato, e prontamente se la toglie. Contemporaneamente si leva un fischio deciso e dopo pochi secondi ecco arrivare un’infermiera tutta preoccupata che, sincerandosi della situazione lo ammonisce a non sfilarsi mai più dal dito quella molletta. “Avrei voluto trattenerla lì con me, chiederle se mi cambiava la maglietta che sentivo tutta umida e sporca appiccicata addosso, ma non riuscivo a parlare con la velocità che volevo, mi sentivo intorpidito, i pensieri viaggiavano veloci ma non uscivano dalla mia bocca. Mi dovetti togliere la molletta di nuovo per chiamarla”. Questa volta almeno riesce a spiegarsi e chiederle di pulirlo: “Appena sei uscito dalla sala operatoria hai iniziato a vomitare e saltare sul letto e dire come erano belle le onde, e adesso ti sei sporcato ancora. Mica sei un surfista per caso?” gli chiede lei, mentre lo sistema un’altra volta. Poco più tardi il professor Carmellini passa a salutare Gabriele e gli spiega che il suo nuovo rene sta filtrando benissimo e tutto sta andando per il meglio, mentre gli prescrive dei farmaci che lo fanno dormire un po’ e attutiscono i dolori post operatori. Passano i giorni e Gabriele, trasportato in una normale camera d’ospedale asettica, continua il suo lungo recupero: mangia bistecche e immunosoppressori, riceve le visite degli amici e a ogni suo risveglio saluta Patrizia, che è sempre lì, e lui è felice. Dopo un mese e mezzo è fuori dall’ospedale, pronto a iniziare la sua nuova avventura nel mondo. La possibilità di un’altra possibilità lo riempie di gioia e i suoi progetti rifioriscono come le piante del deserto dopo una pioggia miracolosa. Poche settimane dopo riprende gli studi, vince di nuovo la borsa di studio per andare all’estero e a otto mesi dall’intervento è in partenza per un anno di studi a Madrid.Tornato a casa finisce l’università, si laurea in biologia e ritorna a fare sport. Il nuoto lo porta con la nazionale dei trapiantati a gareggiare in Gippone, Francia e Canada. Vince molte medaglie nazionali e mondiali, persino una d’oro. “Tutto questo è stato possibile grazie a una donna speciale di nome Franca, che con il suo fare burbero e autocratico si prefiggeva di far tornare alla vita i dializzati e i trapiantati. Franca Pellini che ha fondato e animato l’Associazione Nazionale degli Emodializzati (ANED) per trentacinque anni, ha guidato la squadra italiana alle Olimpiadi mondiali dei trapiantati fino alla sua scomparsa nel 2007, stimolando quella voglia di vivere incontenibile che tutti i nati due volte naturalmente hanno”. Oltre al nuoto Gabriele si è dedicato al lavoro e al teatro, con molti spettacoli al suo attivo, e ha fatto anche una piccola parte d’attore in alcuni film: “Forse ingenuamente, forse inconsapevolmente mi sono gettato con entusiasmo in ogni avventura mi sia capitata. A dodici anni dal trapianto, il mio entusiasmo non si è ancora affievolito, ma soprattutto affiora quando posso raccontare la mia storia e ho la possibilità di spiegare cosa significa per una persona la possibilità di essere trapiantato”.

Da “Il trapianto moltiplica la vita” di Franco Filippini, con Luigi Ripamonti.
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