« indietro

Alla ricerca di geni “salva-organi”.

Numero 2, settembre 2004
Ogni anno migliaia di vite vengono salvate grazie al trapianto di organi. Crescono gli interventi e le donazioni che non sempre, però, sono sufficienti. Da anni gli scienziati sono al lavoro per ovviare alla mancanza di organi. Più recentemente sono indirizzati al tentativo di rendere utilizzabili tutti gli organi dei donatori. Il 40% infatti, non arriva al trapianto perché subisce un danno e deve essere scartato. I ricercatori italiani sono in prima linea negli studi che potrebbero, sfruttando la naturale capacità di alcuni geni di proteggere le cellule, aumentare la disponibilità di organi funzionanti. Come assicura una “pioniera” del settore Maria Luisa Lavitrano, docente di patologia e immunologia all’università Milano Bicocca e rappresentante italiana al Consiglio d’Europa per la bioetica nello xenotrapianto.

Quale strade si stanno esplorando per offrire nuove opportunità ai pazienti che hanno bisogno di un trapianto?
La nostra esigenza è quella di evitare che la gente muoia in attesa di un organo disponibile. Una delle ipotesi è quella dello xenotrapianto, si lavora in tutto il mondo con risultati estremamente buoni anche se non definitivi. Un’altra ipotesi, quella a cui il mio gruppo ha lavorato nell’ultimo anno e mezzo, è il recupero degli “organi marginali”. Quelli, cioè, che non riescono a essere trapiantati, pur essendo stati donati, perché giungono al momento del trapianto in condizioni non idonee.

Per quale motivo?
Si tratta di organi danneggiati durante il periodo di osservazione (le sei ore che per legge bisogna attendere prima del prelievo), oppure rovinati durante il prelievo o addirittura durante l’intervento di impianto. Questo danno è chiamato ischemia da riperfusione. In questi casi, a un iniziale danno da mancanza di sangue se ne aggiunge un altro dovuto alla riattivazione della circolazione. Questo tipo di ischemia fa perdere il 40% degli organi.

Cosa si sta facendo per ovviare al problema?
Il nostro obbiettivo è cercare di capire se si può preservare l’organo dall’ischemia da riperfusione e recuperarne almeno una parte. Abbiamo avuto così l’idea di sfruttare il sistema che tutte le cellule utilizzano per superare il danno. Le nostre cellule, infatti, hanno dei “geni protettivi” che si attivano in presenza delle lesioni. In questi casi si “riprogrammano”. In particolare abbiamo studiato un gene che si chiama emeossigenasi 1 (HO-1). Ci siamo chiesti se fosse possibile utilizzare l’attivazione del gene in anticipo, per prevenire il danno. Oppure se fosse possibile somministrare, in un animale da laboratorio, uno dei prodotti di questo gene (monossido di carbonio) in funzione protettiva.

Cosa avete scoperto?
Abbiamo avuto dei risultati molto incoraggianti. L’esperimento è stato fatto in un maiale, in un modello by pass cardiopolmonare, ovvero isolando completamente il cuore e mettendo l’animale in circolazione extracorporea. Esattamente come si fa prima di un normale intervento sul cuore. Abbiamo così indotto un ischemia prolungata. Successivamente abbiamo ripristinato il circolo, creando un danno da ischemia da riperfusione. A questo punto abbiamo misurato tutti i parametri chimico-fisici. E la protezione ha funzionato negli animali trattati con basse dosi di monossido di carbonio per attivare il gene. Questo gas, tossico in grosse quantità, è quindi utile in quantità “metaboliche” contro il danno da ischemia da riperfusione. Un risultato importante perché si tratta del primo studio basato sull’idea innovativa - che potrebbe presto essere trasferita alla clinica – di attivare i sistemi naturali delle cellule per preservare gli organi.

In che modo potrebbe essere applicata negli uomini?
Ad esempio si potrebbe, se il paziente viene mantenuto in vita con un respiratore artificiale, somministrare monossido di carbonio a dosi metaboliche durante il periodo di osservazione, quando viene dichiarata la morte cerebrale. Trial clinici di tossicità su volontari sani sono in corso in una clinica universitaria di Vienna. I dati di questo studio, che saranno presentati al prossimo congresso mondiale sui trapianti, dimostrano che alle dosi da noi usate sugli animali non c’è tossicità.
(Vincenzo Passarelli)
torna su