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Loro, quel giorno, c’erano. I chirurghi raccontano le fasi del primo intervento.

Numero 2, novembre 2005
Alessandro Mazzucco
Quel giorno lui c’era. Giovane cardiochirurgo alla corte del Maestro Gallucci, con la gran voglia di dare a Ilario Lazzari la carta per vincere la sfida della vita. Vent’anni dopo è Magnifico Rettore dell’Università di Verona e anche Direttore, Centro Trapianti di Verona, Divisione clinicizzata cardiochirurgica, Azienda Ospedaliera Universitaria Verona. Il ricordo ancora ben chiaro nella mente e nell’angolo dove si conservano le emozioni di quel giorno. Tanto che, con entusiasmo, Alessandro Mazzucco ha accettato l’incarico di coordinare il Comitato Organizzatore della manifestazione per ricordare quel giorno.“Sono emozioni che non si possono certamente dimenticare. Un’emozione che veniva da un’altra emozione, questa volta associata alla delusione. Due giorni prima dell’effettivo primo trapianto di cuore in Italia, quando eravamo in trepida attesa dell’autorizzazione ministeriale per eseguire la sostituzione del cuore, ricevemmo una telefonata con la quale il Ministro della Sanità, Costante Degan, concedeva l’autorizzazione. Accompagnammo Lazzari in sala operatoria mentre a Treviso eravamo pronti a prelevare il cuore di un giovane morto in un incidente stradale. Non abbiamo mai saputo chi fece la telefonata. Una cosa è certa: la notizia dell’autorizzazione non era vera. Ma due giorni dopo arrivò il telegramma con l’ok e Lazzari ebbe alcuni anni in regalo”.
Professor Mazzucco, quel giorno è uscito dalle cronache dei giornali per finire nei libri di storia della medicina. Ma che cosa ha rappresentato, rivivendolo vent’anni dopo?
Vent’anni sono passati come un soffio di vento ma hanno segnato un cambiamento radicale, epocale. Il passaggio da un’avventura ad una certezza. Era un’avventura quel primo trapianto di cuore, quasi una sperimentazione. Quasi una prova. Quasi un tentativo disperato. Vent’anni dopo dobbiamo registrare che quella sperimentazione è oggi un presidio terapeutico documentato, collaudato, riproducibile. E soprattutto affidabile. Vent’anni fa davamo una flebile speranza a Lazzari, forse nemmeno una speranza. Adesso diamo una prospettiva di vita che non è limitata. Ricordo il trapianto di cuore su una giovane donna a Padova, ancora in vita, che dopo l’intervento è riuscita a mettere al mondo un figlio. E’ successo più di quindici anni fa. Il trapianto di cuore piombò all’improvviso nella realtà italiana, si sapeva dell’exploit di Barnard, si sapeva di trapianti di altri organi. Ma il cuore rimaneva ancora alla frontiera della fantasia. Eppure, senza grandi campagne di sensibilizzazione, la gente donava organi. Non come ora, ma anche allora donava. Era già presente a quell’epoca la disponibilità d’animo alla collaborazione e alla generosità. Si ebbero donatori inaspettati. Quando, con la falsa telefonata, perdemmo un organo temevamo di dover aspettare molto tempo prima di avere un nuovo cuore a disposizione. Invece, subito ci fu una donazione, anche in questo caso un giovane di 18 anni che aveva perduto la vita in un incidente stradale. La generosità di chi donava ma anche la generosità di tanta gente. Vorrei citare un episodio. Alle sei di un mattino, con una nebbia che aveva reso impossibile ogni visibilità, non potendo utilizzare un elicottero chiedemmo ad una pattuglia della Stradale di accompagnarci ad Udine per prelevare un cuore. Quella pattuglia aveva già svolto il suo turno di lavoro eppure non esitò, come non esitò il comandante, a scortarci. In 50 minuti da Udine arrivammo a Padova, un primato anche con il sole. Adesso non c’è più bisogno di questi “miracoli”. Abbiamo imparato a proteggere il cuore durante il trasporto, dopo il prelievo, con particolari sostanze chimiche. E devo dire che la disponibilità di allora è la stessa di oggi. Dietro a quel chirurgo che va in copertina c’è un mondo che ha lavorato per quell’intervento chirurgico. C’è sempre tanta disponibilità perché l’uomo, che non nasconde mai la sua aggressività e che vive la quotidianità sempre con comportamenti bellicosi, riesce a trovare all’interno di questo suo comportamento momenti di grande generosità. Quindi non credo che questa Società, che si rivela sempre più arida, possa soffocare la voglia di donare.
Ma nei giovani c’è la cultura della donazione?
Il giovane ha la cultura della vita. Si crede invincibile. E’anche giusto che sia così. Sta a noi educatori formare questi giovani e dare loro quelle culture sociali che spesso il potere non trasmette.
Qual è il domani del trapianto di cuore?
Questa domanda è rivolta al Cardiochirurgo non al Rettore. Credo che il domani vedrà sempre il trapianto protagonista, non vedo a breve termine la sua sostituzione. Si parla tanto della terapia con le cellule staminali, credo che l’enfasi che la circonda sia esagerata. Si parla anche tanto della sostituzione degli organi naturali con le protesi. Non c’è ancora una risposta concreta. Queste protesi rimangono e sono valide, per il momento, solo come soluzione temporanea, come “ponte” al trapianto.

Adriano Cestrone
Quel giorno lui c’era. Ma non a Padova. Era a Treviso. E come vice direttore sanitario dell’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso ebbe la responsabilità di coordinare tutta l’operazione di prelievo. Il dottor Adriano Cestrone – adesso è il Direttore generale dell’Azienda Ospedaliera di Padova – quel giorno aveva tutta la responsabilità perché il direttore sanitario, il dottor Domenico Stellini, era negli Stati Uniti. “Eravamo in allarme da alcuni giorni perché sapevamo – dice il dottor Cestrone in occasione della conferenza stampa a Padova per ricordare i vent’anni dal primo trapianto di cuore in Italia – che l’equipe del professor Gallucci era pronta ad eseguire la sostituzione del cuore. Si rese disponibile un organo nel nostro Ospedale ma non c’era ancora l’autorizzazione del Ministero della Sanità. Anche in assenza dell’ok da Roma, cominciò l’attività che precede un prelievo. L’operazione cuore andò bene e fummo tutti orgogliosi, a Treviso, di aver contribuito ad un exploit che avrebbe dato il via allo sviluppo dell’attività trapiantistica non solo nel Veneto”.
Dottor Cestrone, a cosa si deve il successo di quel primo trapianto di cuore a Padova?
Innanzitutto alla grande professionalità del professor Gallucci e di tutti i suoi collaboratori. Grande professionalità ma anche grande entusiasmo e vorrei dire grande tenacia perché ci voleva impegno, non solo capacità scientifica, per superare i numerosi ostacoli che non erano solo burocratici ma anche culturali. Valutando quel giorno a distanza di vent’anni, devo dire che il successo si deve anche ad una organizzazione non certo improvvisata perché nasceva da una perfetta macchina com’era e com’è la Sanità in Veneto. Un perfetto binomio, Scienza e Organizzazione.
Cosa ha significato quel trapianto?
Ha significato il salto. E cioè l’avvio da un’avventura verso una certezza. Da quel giorno è cominciato il percorso, fortunatamente positivo, della trapiantistica in Veneto e a Padova, non solo per quanto riguarda il cuore. Devo dire che quell’entusiasmo che nacque nella notte dal 13 al 14 novembre del 1985 è stato la spinta ad andare avanti. Una spinta che ancora continua con lo stesso entusiasmo. C’è un altro elemento che vorrei sottolineare e cioè che la macchina organizzativa della Sanità del Veneto nel campo dei trapianti si avvale di un principio fondamentale: tutti gli operatori del settore sono in rete. Nessuno è protagonista.
(Dalla cartella stampa Argon Media srl)
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