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Il primo donatore: i genitori ricordano.

Numero 2, novembre 2005
Il primo donatore di cuore del nostro paese è stato Francesco Busnello, un ragazzo di 18 anni che rientrando a casa con il suo motorino è rimasto vittima di un incidente stradale. Ripercorriamo oggi, insieme a Giovanni e Marina Busnello, genitori di Francesco, la scelta di una famiglia che è il simbolo di tutte le famiglie dei donatori italiani, che con la loro disponibilità a donare hanno consentito al nostro paese di progredire sotto il profilo medico, sanitario, sociale e umano.

Giovanni nell’occasione di questo ventennale così importante per la medicina, la società italiana e la vostra famiglia, vuole ricordare con l’aiuto di sua moglie Marina quei momenti legati alla scelta di intraprendere un percorso così importante?
L’incidente stradale come quello che ha coinvolto Francesco allora non era così frequente come purtroppo lo è oggi. Dopo l’incidente ci siamo trovati come famiglia in una situazione di smarrimento, perché Francesco è entrato in coma; è stato fatto anche un intervento per cercare di ridurre l’ematoma e la lesione al cervello, ma Francesco non si è più ripreso. Quindi, i suoi sei giorni in rianimazione sono stati per tutti noi sei giorni di tormento e di smarrimento vissuti con la speranza che potesse esserci una ripresa. La nostra fede ci ha dato la speranza in un miracolo, che andavamo invocando con insistenza. Debbo anche dire che quella è stata anche una fase nella quale abbiamo sperimentato un rapporto con i medici che non avevamo mai sperimentato prima; credo sia stato uno degli aspetti determinanti per la scelta che abbiamo fatto, perché per tutto il tempo in cui Francesco è stato in rianimazione il rapporto con i medici è stato costante, l’informazione è stata molto puntuale per cui abbiamo avuto la consapevolezza di cosa stava succedendo a nostro figlio e quali potevano essere anche gli esiti.

Avevate percepito in qualche modo che Francesco potesse essere il primo donatore di cuore in Italia?
Quello che ci ha creato quasi il panico è stato il titolo del giornale di quel giorno, di quel 13 novembre, che annunciava “Trapianto di cuore: oggi si può”. Questo era il titolo a tutta pagina del giornale che avevo letto la mattina, e quando hanno telefonato dall’ospedale per invitarci ad un colloquio, ci siamo andati con il cuore in tumulto, perché temevamo che ci chiedessero veramente di dare la disponibilità al prelievo. E infatti così è stato.

Cosa avete provato in quel momento?
Credo che sia un po’ difficile descrivere quali sono le sensazioni di una persona o una famiglia che vive in situazioni come quelle, che sono insieme di disperazione e sconforto ma anche di sconfitta ed impotenza. Il contesto esterno non aiuta. Consideri che in quei giorni alcuni conoscenti, e qualche amico, ci hanno avvicinato per dirci che non avrebbero avuto il coraggio di autorizzare il prelievo degli organi, altri che sarebbe stato opportuno non farlo, perché esprimere il consenso alla donazione voleva dire chiudere ogni speranza. Ma noi avevamo capito, ed ecco perché ritengo che il rapporto con i medici sia stato determinante, che non c’era più speranza per Francesco, e quindi dovevamo mettere insieme tutti i ricordi e fare appello a tutte le energie, per capire se Francesco avrebbe fatto una scelta di questo genere. Direi che tutti i comportamenti, lo stile di vita di Francesco è stata un esempio di altruismo e di socialità. Questo ci ha dato la forza per dare il nostro consenso. Quell’esperienza l’abbiamo vissuta in maniera anomala perché era il primo trapianto di cuore in Italia, perché era un evento che è andato su tutti i giornali, sono arrivate le televisioni e, quindi, non abbiamo potuto vivere quel momento con il riserbo che normalmente dovrebbe esserci in situazioni analoghe, anche se devo riconoscere che una parte dei giornalisti è stata discreta, e quindi abbiamo vissuto anche il disagio provocato da tutto questo clamore.

Voi avete conosciuto Ilario Lazzari, che ha ricevuto il cuore di vostro figlio, come è stato il rapporto con questo tipo di realtà?
Abbiamo saputo subito chi era il destinatario della donazione e abbiamo intrapreso dei rapporti relazionali umani con questa persona e con la famiglia; e quindi abbiamo vissuto anche una fase, chiamiamola così, un po’ difficile per noi perché nella nostra cultura il cuore è la sede dei sentimenti, è la sede delle emozioni e ci aspettavamo che in Ilario Lazzari si ravvisassero anche alcune caratteristiche di nostro figlio; cosa questa impossibile; ma questo l’abbiamo capito dopo. Nonostante la positività del rapporto che noi abbiamo avuto con Ilario Lazzari e con la sua famiglia, è maturata in noi la convinzione che sarebbe più opportuno che la famiglia del donatore non conoscesse il ricevente, e viceversa. Questa è la nostra esperienza, non dico che debba essere per tutti così, ma credo che ci sono molti fattori di cui si potrebbe parlare che portano a questa considerazione.

Pensa sia importante fare una scelta consapevole? E quanto conta l’informazione e la conoscenza a tal riguardo?
Dover scegliere in momenti drammatici, come quelli che abbiamo vissuto noi, senza un’adeguata preparazione preventiva, una conoscenza adeguata, è un altro degli aspetti che ci ha fatto riflettere. Ritengo sia necessario avere le informazioni adeguate non solo nella fase drammatica di un evento tragico, ma prima che questo avvenga; quindi l’opera delle associazioni che sensibilizzano sul tema dei trapianti è un ruolo fondamentale, un ruolo essenziale e dovrebbero tutti, giovani e meno giovani essere informati per poter avere la consapevolezza della scelta che si può fare nel momento in cui non c’è più speranza per noi o per i nostri cari. Credo che questo sia l’aspetto da valorizzare, questo è un impegno per tutti, è un impegno per le istituzioni, le quali devono sostenere e valorizzare queste risorse. Francesco aveva scritto alcuni pensieri sul significato della vita.

Con quali parole, a conclusione di questo nostro colloquio, vorrebbe ricordare suo figlio?
Mi piacerebbe ricordare Francesco con le sue stesse parole legate ad alcune riflessioni sulla vita: “La vita non può essere completa se non ha una meta e questa può essere una nostra scelta seguendo la nostra vocazione”.
(Gloria Milan)
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