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L’imprenditore che “investe” sui trapianti.

Numero 1, maggio 2006
Verona città di confine o meglio città crocevia di merci, di uomini e di idee. É qui che un secolo fa la famiglia Riello nasce e nel tempo diventa una di quelle famiglie buone dell’imprenditoria italiana, di quelle che hanno “riscaldato” l’Italia quando ancora nei camini bruciava la legna. E Pilade Riello è così, uomo di pensiero e di azione, espressione tipica di questo territorio dove l’idea e l’ingegnosità hanno permesso di creare prosperità e valori. Lo incontro nella sua azienda - la incontro qua, mi dice, così dopo vado avanti con il mio lavoro - davanti ad una tazza di caffé per fare insieme una chiacchierata su cosa spinge un imprenditore di successo a investire nel sociale. E quello che ne esce è un ritratto a colori di una famiglia attiva che crede caparbiamente nell’etica sociale del capitalismo e nell’impegno nei confronti del territorio e della società.

Riello, lei è un imprenditore riconosciuto e stimato. Da quando nasce il suo interesse per il mondo del sociale, e perché?
Da sempre, perché per me l’imprenditore che ha ricevuto dal territorio, al territorio deve restituire qualcosa. Ogni imprenditore che sviluppa la sua attività nel territorio, sviluppa con esso un legame molto forte per il quale deve ricevere e dare, specialmente se si tratta del proprio territorio nel quale la presenza viene notata molto di più, si deve necessariamente riceve e dare. E l’unico modo di dare è dare nel sociale.

I suoi figli condividono con lei questo impegno sociale?
Condividono con me l’ideale e almeno due su quattro sono direttamente o indirettamente impegnati in qualche attività. Mio figlio, per esempio, adesso sta lavorando alacremente per costituire una realtà di assistenza ospedaliera in India.

Per quale ragione ha scelto l’impegno proprio nel mondo dei trapianti?
Mi sono impegnato per i trapianti perché me lo hanno chiesto. All’epoca, era il 1995, già collaboravo con il professor Remigio Verlato (primo direttore di FITO e primario della Rianimazione dell’ospedale di Vicenza, ndr) quando l’assessore veneto alla sanità di allora, dottor Cadrobbi, che desiderava dare vita ad una organizzazione pubblico privata che si occupasse di trapianti, mi ha coinvolto nella nascita di FITO (Fondazione per l’Incremento dei Trapianti d’Organo, ndr) che da allora presiedo.

Alla luce della sua esperienza alla guida di FITO, a vent’anni dal primo trapianto di cuore, che bilancio lei farebbe?
Ho un ricordo vivissimo del primo trapianto di cuore eseguito da Christian Barnard nel 1967; ho quindi capito la reale dimensione e l’impatto dei trapianti, nel senso che il trapianto non è solo un intervento chirurgico e non è solo una donazione, tra donazione e intervento ci sono un mare di attività che devono essere coordinate, formate e guidate. Quindi è necessaria una sempre maggiore costruzione e implementazione della rete dei trapianti. Per esempio ora in collaborazione con il Centro Nazionale per i Trapianti la FITO organizzerà un corso di formazione per medici trapiantatori ungheresi. Abbiamo aperto un corridoio verso l’est dove la scuola di medicina è buona, ma l’organizzazione è lacunosa. Credo che si possano realizzare importanti collaborazioni anche a livello internazionale. D’altro canto l’est è un territorio dove avremo dei grossi punti di contatto. In termini di trapianti daremo un supporto di capacità organizzativa che proviene dall’industria che mi ha insegnato a organizzare e coordinare le attività e attivare sinergie. Sinergie che ancora vedo poco, perché la formazione e le altre attività sono difficili da sostenere.

Quindi Lei pensa che anche in Italia ci sia ancora molto da realizzare sul piano della formazione in merito ai trapianti?
É importante capire che il trapianto è un’attività primaria che richiede un messaggio univoco, prima viene la cultura, la formazione e l’informazione sul trapianto, poi vengono tutte le altre attività tecniche specifiche di ogni trapianto di organi. La formazione deve essere fatta in maniera univoca e non segmentata e diversificata per tipologia di trapianto. La specializzazione che riguarda il prelievo, il trasporto, l’aspetto chirurgico, ecc. viene dopo. Prima di tutto c’è l’immagine globale. Per esempio parlando con i genitori di Francesco Busnello (primo donatore di cuore in Italia ndr.) mi sono reso conto di quanta assistenza in realtà necessitino le famiglie dei donatori. Anche l’assistenza dovrebbe rientrare nei filoni organizzativi del mondo dei trapianti. Quindi un’unica organizzazione a beneficio della collettività.

FITO e CORIT cosa rappresentano nel panorama della trapiantologia veneta e italiana e cosa si aspetta di nuovo da queste due realtà?
FITO è nata nel 1995 per il coordinamento in primis, oggi si è specializzata in formazione e fa formazione anche su delega del Centro Nazionale Trapianti, quindi non solo in Veneto. Inoltre, FITO ha nello statuto un articolo che prevede di attivare la ricerca e questa è condotta attraverso il suo braccio operativo che è il CORIT. Questo è un consorzio interregionale e interuniversitario del quale fanno parte le Università di Verona, Padova e Udine, le Aziende ospedaliere di Verona, Padova e Udine, l’azienda ospedaliera autonoma di Trento e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, fa ricerca e promuove sinergie tra le amministrazioni consorziate.

L’attività del CORIT è a largo raggio con ricerca di investimenti presso le varie Istituzioni e Fondazioni bancarie Riello, ci racconta una sua giornata tipo?
É difficile raccontare una giornata tipo, diciamo che prima ho lavorato per farmi un’immagine, poi ho lavorato per l’azienda, poi per i soci, poi ho lavorato per i figli e adesso lavoro per i nipoti. Ovvero penso a come sarà il mondo fra 10-15 anni, quali saranno le innovazioni, le possibilità per le terze e quarte generazioni, capire quali sono le strade che devono essere spianate per favorire lo sviluppo delle prossime attività.

La sua prima attività è stata fare l’imprenditore, poi l’impegno nel sociale, cosa farà nella sua “terza vita”?
Quale “terza vita”? Nella “quarta”! Io credo che fare l’imprenditore sia fare poesia, non è vero che solo i poeti inventano, anche gli imprenditori lo fanno, ma questi devono avere una capacità in più quella di realizzare. Dal momento che la medicina ci ha consentito un prolungamento della vita in condizioni molto buone, credo che continuerò ad inventare e realizzare, come ho sempre cercato di fare nella mia vita.
(Gloria Milan)
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