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Il mestiere di rivivere. Se il romanzo di una guarigione è meglio del Dr. House

Numero 4, dicembre 2010
La vincitrice del Campiello 2010 racconta il libro "Chiedo scusa", delicata storia di Valter e del suo rapporto con la malattia. Dal dolore alla cura.

Valter è uno nato due volte, una da sua madre e l'altra da un trapianto di fegato senza il quale sarebbe già morto. Valter è stato battezzato tre volte: una con l'acqua santa, una con l'acqua di mare e una con il tacrolimus, il farmaco antirigetto. È per questo che ha due nomi: Valter e Chiedo Scusa, come quel modo di dire un po’ retorico che si usa per farsi spazio tra la gente o per attirare attenzione in un'aula gremita. Però nessuno se dice chiedo scusa si aspetta davvero che lo scusino prima di avanzare imperterrito o di parlare, perché quella è una frase autoefficace, una parola magica: nel momento stesso in cui la pronunci sei già scusato e puoi andare avanti. Valter Chiedo Scusa è uno che va avanti da tutta la vita: cronista di nera in un giornale di provincia, dotato di un senso dell'umorismo capace di depotenziare anche l'orrore dei delitti più mostruosi, non è uno a cui piaccia voltarsi indietro. Non guarda volentieri nemmeno le foto del suo passato, come spesso capita ai figli di padri scomodi. Se è vero che chi lavora in un quotidiano impara presto che la notizia che conta è già quella di domani, Valter Chiedo Scusa di quell'indicazione di metodo ha fatto un programma di vita. Ma anche in una esistenza come la sua, tutta coniugata al futuro, all'improvviso il domani può franarti davanti, smottato in silenzio da una comune epatite virale.

Quando ha messo al suo personaggio il nome di Chiedo Scusa, Francesco Abate (accompagnato dal suo vecchio amico Saverio Mastrofranco, quel Valerio Mastandrea, che forse per pudore ha scelto per questo suo esordio in letteratura un profilo da retrovia) deve averci pensato per forza che anche la malattia è autoefficace come certa cortese retorica: quando la diagnostichi è perché c'è già, puoi solo prenderne atto, e Valter lo realizza nello stesso momento in cui gli comunicano che per restare vivo gli serve tassativamente un fegato nuovo. E anche un telefonino nuovo, che deve restare acceso notte e giorno e portato appresso anche al bagno, con un numero che non deve essere dato a nessuno, tranne che all’ospedale. Quel telefono squillerà una sola volta e in un solo caso: quando l'attesa dell'organo sarà finita. Non è facile aspettare da una redazione di cronaca, un posto dove arrivano continuamente notizie di morti a vario titolo, perché Valter sa perfettamente che l'organo che gli occorre per guarire sarà per forza di cose la conseguenza del dramma di qualcun altro. La sua vita si ribalta, e non solo perché il protocollo della cura è rigoroso e invasivo, ma soprattutto perché quando uno ha il domani ipotecato può capitare che cominci a riconsiderare il presente, e magari anche il passato ridiventa un luogo frequentabile, con tutte le sue ombre.

Il presente di Valter è fatto dalle storie di quelli che come lui aspettano la stessa cosa, figure a cui il tocco lieve di Abate regala quel raro equilibrio tra il commovente e il comico che è lontano anni luce dalla retorica. Tra loro c'è gente come Piludu, che sta al day hospital guardato a vista da due carabinieri perché ha un fegato in arrivo ma anche una condanna passata in giudicato, o come il sindacalista Rino detto il Generale, perché sotto l'effetto dei farmaci dava ordini marziali agli infermieri come se stesse giocando a Risiko, o come Lucia, la ragazza cieca che non aveva alcun soprannome, ma in compenso lo aveva messo a tutti gli altri. È lì che anche Valter smette di essere solo Valter e diventa Chiedo Scusa: è la frase che ripeterà nel delirio anestetico del risveglio come un mantra, perché il dono della vita che viene dalla morte di un altro ha il potere di renderti grato per sempre.

Detto senza giri di parole, la storia che ha scritto Francesco Abate in questo libro è una di quelle che nessuno scrittore avveduto propone a un editore, perché solo un editore sprovveduto può decidere di pubblicarla sperando di invogliare qualcuno a leggere il decorso feroce di un'epatite e il terremoto di vita che comporta per il suo protagonista. Malattia è già di per sé una parola ansiogena e tabù. La gente vuole sentire storie di medici, non di malati. Vuole Dr House, E. R. e Grey's Anatomy, narrazioni dove i pazienti sono personaggi di passaggio e si salvano sempre. Anche Valter Chiedo Scusa si salva, ma la sua salvezza sarà qualcosa di più della somma delle conoscenze mediche con cui verrà curato; per capirla fino in fondo è necessario leggere l'indimenticabile pagina in cui il protagonista va a nuotare nella piscina da dove stanno uscendo le donne incinte che hanno appena finito la preparazione pre parto in acqua; ciascuna di loro lo sfiora in silenzio cercando in quel tocco la benedizione della donna che morendo lo ha salvato con il suo fegato, e leggendo la delicatezza con cui lo narra, il lettore avrebbe il diritto di pensare che Abate sappia esattamente di cosa sta parlando. Niente ansie: non racconta di malattia questo libro, ma di un uomo normale e della sua straordinaria voglia di vivere nonostante tutto.
Leggerlo mi ha ricordato che se la parola "sterile" da un lato indica l'apice dell'igiene sicura in cui un trapiantato è vincolato a vivere, dall'altro è il contrario di "fertile", come se tra vita e malattia scorresse la stessa potenzialità di contagio. Chiedo Scusa è il canto di una guarigione che non passa per la sterilità, un invito a farsi contaminare, a correre qualche rischio in più rispetto alla purezza assoluta del bastare a sé stessi.

Michela Murgia, Vincitrice del Premio "Campiello 2010" (La Repubblica 3-9-2010)
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