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La storia. L’sms di Giorgia.

Numero 4, dicembre 2010
“Oggi 20 luglio 2005 sono ufficialmente in lista d’attesa! Questo sms vi arriverà nel momento in cui mi chiameranno per il trapianto, mentre lo leggerete io starò andando incontro a una nuova vita… è arrivato il momento tanto atteso, desiderato, sperato e temuto, è arrivato il momento di affrontare con grinta questo ostacolo per poterlo distruggere!
Oggi sono felicissima perché so che dietro quella firma si nasconde una seconda vita per me… amici, parenti, state tranquilli perché sto vivendo le ultime ore di stress!
Forse per la prima volta ho qualche paura, ma ho anche la consapevolezza che durerà poco perché tra qualche ora mi addormenterò profondamente mentre voi aspetterete le prime notizie sull’intervento che, fidatevi, andrà benissimo!
Tra quattro giorni vorrete riaddormentarmi per la mia vivacità e per il casino esagerato che combinerò! Vi consiglio di riposarvi perché non permetterò a nessuno di sentirsi stanco, dovrete essere tutti pronti a gioire per tutto ciò che abbiamo ancora da fare insieme! Vi voglio bene, non fatevi trovare distrutti, prendete esempio da mia mamma che maschera tutto bene, aspettatemi e state CALMI!”

Giorgia ha quindici anni e quando scrive questo sms i suoi genitori hanno appena firmato i documenti per entrare in lista d’attesa per un cuore nuovo. È sicura che il giorno del trapianto arriverà presto e inizia a prepararsi a quel momento scrivendo un lungo messaggio per amici e parenti: lo invierà col suo telefonino quando la chiameranno per l’intervento.
Tutto inizia sette mesi prima, con uno strano svenimento nel centro di Taranto, la sua città. “Quella mattina di novembre c’era assemblea di istituto a scuola e con le mie amiche uscimmo prima. Dopo essere state in un bar pieno di fumo mi vennero forti dolori alla testa, andai comunque con le altre in un giardino del centro, ma non appena finii di salire alcuni scalini, all’improvviso mi si irrigidirono le gambe e caddi a terra perdendo i sensi. Pensai subito a un calo di zuccheri, forse la ciste ovarica che avevo appena avuto mi aveva un po’ debilitata.

In quel momento l’unica cosa che mi angosciava era dirlo a mio padre, è medico e di sicuro mi avrebbe fatto fare gli esami del sangue. Provavo un autentico e smisurato terrore verso gli aghi, erano la mia fobia più grande, anzi l’unica, però immensa. Sorrido ora a ripensarci.”
Proprio come temeva, Giorgia il giorno dopo sta già facendo il prelievo: le analisi sono perfette, suo padre però vuole vederci chiaro e la porta a fare un elettrocardiogramma. I risultati dell’esame sconcertano i medici che consigliano di rivolgersi all’ospedale Bambin Gesù di Roma, dove dopo diverse visite ed esami le riscontrano una cardiomiopatia restrittiva.
“Dopo la diagnosi notai che papà studiava sempre più libri specifici di cardiologia, io spesso glieli prendevo quando non era in casa, li ho studiati per ore di nascosto e alla fine ho scoperto tutto della mia malattia: era grave, molto rara e col tempo avrebbe portato il mio cuore a non funzionare più, l’unica soluzione era il trapianto. Per questo non vedevo l’ora di entrare in quella lista d’attesa.”

Mentre Giorgia passa in rassegna libri, Internet ed enciclopedie per imparare quanto più possibile della sua patologia, i suoi genitori prendono tempo dicendole che i medici stanno facendo ulteriori analisi per capire meglio come intervenire: “Sapevo benissimo che era una bugia. Il fatto è che non sapevano come dirmelo e questo loro silenzio mi faceva arrabbiare moltissimo perché ormai avevo capito che ogni giorno che perdevamo era prezioso.”
Una domenica mattina di maggio, mentre suo padre è in camera da letto a preparare la valigia prima di partire per un convegno, Giorgia entra, si siede sul lettone e gli dice che sa già tutto e che non è spaventata né dalla sua malattia né dal trapianto, anzi è felice di sapere che c’è un rimedio al suo problema.

“Non solo dovetti dirlo a mio padre, ma anche alla dottoressa Gagliardi, la cardiologa dell’Ospedale Bambin Gesù che mi aveva in cura ormai da mesi. La vedevo per le visite di controllo a cui mi sottoponevo regolarmente, così la volta successiva che andai a Roma la presi in disparte senza farmi vedere dai miei genitori, le dissi che volevo entrare in lista d’attesa il prima possibile e la pregai di procedere in fretta. Lei per fortuna capì, del resto c’erano tutti i presupposti perché entrassi in lista, mi avevano anche già fatto gli esami necessari: stavano solo cercando il modo di dirmelo, io non feci che anticiparli. Era giugno, il mese seguente quando tornammo a Roma per la successiva visita di controllo, trovai pronti i documenti per entrare in lista d’attesa per il trapianto.”
Dopo solo dieci giorni Giorgia è ufficialmente in lista d’attesa: glielo comunicano il 20 luglio, quel giorno le presentano anche lo specialista che la seguirà nel suo percorso: “Il dottor Parisi fu il primo medico a trattarmi davvero come un’adulta, mi spiegò per filo e per segno ciò che mi aspettava e cosa avrebbe comportato il mio trapianto, mi piacque molto la sua franchezza.”

Giorgia da quando entra in lista d’attesa ha la sensazione che la chiamata per il trapianto non tarderà ad arrivare e inizia a preparasi: riempie una borsa con tutto il necessario per il ricovero, scrive al cellulare il lungo sms per amici e parenti e una lettera per la sua mamma che le darà poco prima di entrare in sala operatoria. Ogni mattina si sveglia pregando che quello possa essere il giorno della sua rinascita, lo definisce così lei, e dice di essere rinata la notte tra il 12 e il 13 agosto 2005: “Era la festa di compleanno del mio cuginetto, c’era tutta la famiglia riunita ed eravamo affamati perché il cibo era in ritardo clamoroso; per una coincidenza il buffet arrivò insieme alla chiamata da Roma, stavo finalmente addentando la mia pizza quando mio padre mi bloccò: - Giorgia mettila giù, ci hanno telefonato dal Bambin Gesù, dobbiamo andare-. Mi guardai intorno, vidi gli sguardi agitati miei parenti: chi era incredulo, chi preoccupato, chi terrorizzato, mentre dall’altra parte c’erano i bambini piccoli che ignari di tutto continuavano a ridere e a giocare. Andammo subito a casa a prendere le valigie e una pattuglia della polizia stradale ci portò a tutta velocità all’aeroporto di Taranto. In macchina ero felice, cantavo, ho chiamato i miei amici più cari e cercavo di trasmettere ottimismo ai miei genitori. Arrivati in aeroporto un poliziotto mi prese da parte, infastidito dal mio atteggiamento: - Ma perché ti comporti così? Non hai neanche un minimo di rispetto per tuo padre che sta per andare a fare un intervento così importante! – Aveva un’espressione incredula quando gli spiegai che il trapianto dovevo farlo io.”

Una volta in ospedale mentre la preparano per l’intervento, Giorgia ripensa a quante cose sono accadute in quel periodo. In appena sette mesi la sua vita è radicalmente cambiata: fino a poco tempo prima è un’adolescente come tante, studia al liceo, esce con gli amici, ha un ragazzo, pratica danza a livello agonistico. Dal giorno del suo svenimento poco per volta tutto cambia: gli ospedali, la sua famiglia preoccupata come mai prima, il suo corpo che un po’ alla volta si debilita fino ad arrivare al punto da non riuscire nemmeno ad allacciarsi le scarpe da sola.
“Mio fratello mi è stato vicino in ogni istante, la mia famiglia e i miei amici non mi hanno mai lasciata sola: è anche da loro che ho tratto la mia forza. Mi ricordo che quando per salire le scale avevo bisogno di essere portata in braccio, di fronte a ogni rampa i ragazzi della mia compagnia prendevano in braccio una ragazza, facendolo diventare un gioco di tutti e non un gesto verso un malato. Quando a scuola si sono verificati alcuni episodi molto sgradevoli non hanno esitato a prendere le mie difese. Quando ero a Roma, in ospedale per l’intervento, hanno riempito un pullman da Taranto per venirmi a trovare, sarò sempre grata ai loro genitori per averli lasciati venire.
In quei mesi ho imparato che è nei momenti difficili che capisci realmente come sono fatte le persone che ti circondano. Ho realizzato che ne ho sopravvalutate diverse. Ho capito chi sta davvero dalla mia parte. Ho scoperto chi è capace di voler bene e chi no. È una lezione che mi è servita molto.”

È passata la mezzanotte, ormai Giorgia, lavata, depilata e completamente disinfettata, aspetta solo la sala operatoria e inganna l’attesa giocando a carte con suo fratello; le hanno appena fatto un prelievo ma quasi non se n’è accorta: “Niente mi faceva più paura. Nemmeno gli aghi! Erano accadute in poco tempo così tante cose che mi sentivo invulnerabile, sapevo di poter superare qualsiasi ostacolo e non solo quella sera ma per il resto della mia vita.”

Quella notte d’agosto grazie alla famiglia di Michele, il suo donatore e all’impegno dei medici, l’intervento va benissimo. Nonostante un’emorragia e un rigetto, Giorgia supera il decorso post operatorio brillantemente e nel giro di poche settimane è di nuovo a casa circondata da tutta la sua famiglia e dagli amici più cari.

Da allora non ha mai smesso di sentirsi profondamente riconoscente verso la vita: “Quando passi da un’esperienza che ti fa provare il rischio di non svegliarti il giorno dopo o di non arrivare al mese seguente, apprezzi la vita in ogni sfumatura. Un milione di piccole cose prima invisibili, per me ora sono fonte di felicità. Aprire gli occhi la mattina mi fa già sentire la ragazza più fortunata del mondo.”

Giorgia Dipaola
Da “Il trapianto moltiplica la vita” di Franco Filipponi con Luigi Ripamonti
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