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LA STORIA. Nell’orto senza le bombole. Giuseppe , 60 anni, trapianto di polmone a 56 anni.

Numero 1, aprile 2011
“Sono bastati pochi mesi a far precipitare ogni cosa. Fino ad aprile sono stato in grado di fare ancora il mio lavoro, anche se un po’ a fatica ma insomma, ci riuscivo. In primavera ho potato le viti, le ho legate, ho tagliato a metà le canne e ho tirato i fili di ferro. Fino al lunedì di Pasqua sono anche andato a vendere i dolciumi col banco a Scandicci e a Sesto Fiorentino. E’ con l’arrivo di giugno che ho cominciato a sentire la fatica, poi l’affanno, fino a dovermi rassegnare in pochi mesi alla poltrona e alla bombola dell’ossigenoterapia.”
“Rassegnarti?! -interviene Angela, sua moglie, sorridendo con una voce squillante - Ma se anche quando non riuscivi a respirare ti portavi la bomboletta dell’ossigeno nello zainetto e te ne andavi in vigna o nell’orto!” “Sì – riprende lui - ma ho dovuto rinunciare quasi subito, l’ossigeno si ghiacciava a tenerlo chiuso nello zainetto che mi mettevo in spalla.”

Giuseppe era abituato a convivere con la malattia, forse è per questo che non si è lasciato spaventare troppo da ciò che gli stava capitando in quell’estate del 2004.
Affetto da artrite reumatoide dall’età di 35 anni era sempre stato curato alla Clinica Reumatologica di Santa Chiara a Pisa dall’equipe del Professor Ferri. Quel malanno cronico, con cui convive tutt’ora, col tempo gli danneggia i polmoni provocandone un altro ancora peggiore e all’età di 45 anni gli viene diagnosticata una fibrosi polmonare.
I medici di Pisa lo curano anche per questa malattia che riescono a tenere sotto controllo per diversi anni in cui lui continua a lavorare come impiegato alle Poste, a coltivare la terra, ad aiutare suo figlio nella sua attività di venditore ambulante di dolciumi e a svolgere attività parrocchiali. “Per dieci anni ho convissuto benino anche con la fibrosi, non dovevo affaticarmi troppo né esagerare con gli sforzi, ma sono sempre riuscito a fare tutto” dice lui, con la tranquillità di chi ha accettato che la malattia può essere un compagno di vita e non un nemico.
Ma quell’estate la situazione precipita. La fibrosi inizia a prendere il sopravvento, le sue forze diminuiscono, qualsiasi movimento gli costa una fatica immane e siccome i suoi polmoni malati non lavorano abbastanza, nel giro di un paio di mesi inizia a dover respirare con l’aiuto di una mascherina e di una bombola d’ossigeno.
“Per lei non ci sono alternative Giuseppe, la malattia sta andando avanti e non è reversibile, bisogna pensare a un trapianto”, queste parole pronunciate dalla dottoressa Fazzi, la pneumologa di Pisa che lo cura da anni, sono uno shock: “A quell’eventualità non ci avevo mai pensato, nemmeno sapevo che esistesse il trapianto di polmone! Ho sempre creduto che con i farmaci avrei potuto tirare avanti tutta la vita, e magari un giorno sarei potuto anche guarire. In quel momento realizzai tutto d’un colpo che mi sbagliavo, scoppiai in lacrime, era il 13 settembre del 2004, non avevo ancora 56 anni, e per me fu una doccia fredda.”

Giuseppe si affida ai medici e mentre a settembre lo ricoverano alla Clinica Reumatologica di Pisa per sottoporlo a tutti gli accertamenti necessari per verificare l’idoneità al trapianto, la fibrosi diventa sempre più forte, facendo peggiorare giorno per giorno le sue condizioni di salute.
I medici di Pisa lo indirizzano al centro di trapianti di Siena del Policlinico Santa Maria alle Scotte, dove a ottobre viene ricoverato per svolgere ulteriori indagini: risulta idoneo al trapianto, ma non sufficientemente grave per entrare in lista d’attesa. “Accettai la situazione senza batter ciglio, ricordo ancora la sorpresa della psicologa del reparto rispetto alla mia mancanza di reazione. Non ero passivo ma avevo piena fiducia nei medici, sapevo che stavano facendo del loro meglio e non vedevo la necessità di fare tante tragedie, cosa ci possono fare le persone più che mettercela tutta? Mi chiedo a cosa serva alzare la voce.

Feci la valigia in fretta e tornai a casa, guidai solo e anziché la superstrada presi la strada di campagna che passava da Montelupo. Mentre riconoscevo quel paesaggio assaporavo l’aria delle mie colline, ne avevo bisogno. È sempre un’emozione strana tornare a casa. Non so perché ma in quel momento mi venne in mente quando ritornai dal militare. Per quasi tutto il viaggio però pensai ad Angela, sapevo che i medici le avevano parlato in mia assenza. E sapevo di quante cose si stesse occupando, oramai tutto gravava sulle sue spalle: la gestione della casa, i nostri figli, la contabilità dell’attività di vendita di dolciumi, mia madre e mia suocera anziane in casa da accudire. E poi la preoccupazione per me.”

Angela ricorda quel momento tra i più difficili che abbia attraversato, sa bene che ormai quella malattia sta inesorabilmente consumando suo marito, i medici l’hanno preparata al peggio e per la prima volta si ritrova a dover pensare alla vita senza di lui.

Sono i primi di novembre, Giuseppe, a casa da un paio di settimane, si aggrava ulteriormente: passa la maggior parte del suo tempo a letto e gli viene una febbre leggera, sembra influenza, ma col passare dei giorni non accenna a migliorare. Chiamano l’ospedale di Siena da cui mandano un’ambulanza a prenderlo: “Erano le 16.30, a casa mia c’erano i miei parenti più stretti e anche alcuni vicini venuti a salutarmi. Avevano tutti gli occhi lucidi, io feci qualche battuta, sdrammatizzai a modo mio e li salutai. Appena chiusero il portellone posteriore dell’ambulanza mi cascò il mondo addosso. Mi sentii crollare e una tristezza infinita prese il sopravvento, allontanandomi vidi il tetto della mia casa costruita con sacrificio, e dopo la prima curva scorsi la casa vecchia dove ero cresciuto. Pensai a mio padre e sentii un nodo alla gola.”

Non era influenza. In ospedale i medici gli riscontrano un’infezione polmonare, ricovero immediato, iniziano una terapia farmacologia ma l’infezione è cronica e nonostante le cure le condizioni non migliorano. “In quei giorni pensavo molto: era strano, capivo da me, e dall’atteggiamento dei medici, che le cose andavano male ma non mi sentivo un malato terminale. Ero costretto a stare a letto perché non respiravo ma le mie condizioni fisiche per il resto erano buone, non avevo perso molto peso, avevo ancora una discreta massa muscolare, avevo lo spirito! Credevo che quando si sta per morire ci si dovesse sentire peggio di così. Eppure la mia vita era appesa a un filo per una fibrosi che mi stava distruggendo il polmone.”

Dopo tre settimane di ospedale in cui la sua capacità di vivere diminuisce continuamente, Giuseppe chiede alla dottoressa Fossi, la pneumologa che lo ha in cura in ospedale, di dimetterlo: la settimana successiva vuole festeggiare il suo trentesimo anniversario di nozze, sa che può essere l’ultimo e lo vuole passare a casa con Angela, loro due soli, come hanno fatto ogni loro anniversario.
Il medico, consapevole che per lui non c’è altro da fare se non aspettare un organo compatibile, è d’accordo: lo avrebbe dimesso in pochi giorni, e nel frattempo gli avrebbe fatto firmare le carte per entrare nella lista d’attesa per il trapianto, infatti erano maturate tutte le condizioni perché potesse accedervi.

Ma quella volta a casa Giuseppe non ci va. Venerdì 3 dicembre, a tre giorni dalla data fissata per la sua dimissione, la dottoressa Fossi entra nella sua stanza, sorride mentre gli dice: “Forse c’è qualcosa per lei”.

E con quella frase per lui ricomincia una nuova vita. Nel giro di tre ore è in sala operatoria, seguono nove ore di intervento e nemmeno una complicazione. Da quella notte, ogni nuovo giorno porta con sé un miglioramento: “Ho attraversato un periodo particolare dove mi sono sentito rinascere, ogni progresso era una gioia: alzarmi in piedi, fare i primi passi, riuscire ad andare in bagno, farmi la barba al lavandino, tutto era un traguardo. Ero contento come un bambino, e come un bambino mi commuovevo con facilità: pensavo al mio donatore, mi avevano detto che aveva diciotto anni, la stessa età di mio figlio minore, pensavo alla sua famiglia straziata, a quanto dolore li stesse lacerando in questo periodo natalizio.”

Giuseppe ha un decorso post operatorio da record, solo ventuno giorni di ospedale: la Vigilia di Natale è pronto per tornare a casa, saluta tutti in ospedale e in particolare il professor Voltolini, che in quelle nove ore in sala operatoria gli ha salvato la vita.
Oggi ha da poco compiuto 60 anni, ha ripreso a coltivare la terra del suo orto, aiuta la moglie in casa a curare la madre anziana e soprattutto sta finendo di costruire una grande casa per i suoi due figli, è pieno d’orgoglio mentre racconta che è quasi pronta. Interviene ancora una volta Angela, sempre sorridendo e con la sua voce piena di vita: “Io glielo dico che deve stare tranquillo, ma dopo il trapianto lui s’è sentito alzato da terra e ha avuto le idee grandi, ha voluto fare tante cose, è sempre fuori, non si tira indietro in nulla…”, lui la lascia parlare e sottovoce mi rivela un segreto: “Lei forse non lo sa, ma più si sta insieme e più si discute: per volersi sempre bene, il segreto è vedersi il giusto.”
Tratto da "Il trapianto moltiplica la vita" di Franco Filipponi e Luigi Ripamonti
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