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Lo sport come grande “bacino di vita”.

Numero 2, luglio 2011
Ogni tanto lo sport dovrebbe metaforicamente guardarsi allo specchio. E chiedersi - parlo di praticanti, di dirigenti, di allenatori, di divulgatori - che cosa potrebbe fare per riallinearsi finalmente con la sua missione originaria: che è quella della fratellanza, declinata in tutte le sue forme (solidarietà verso un compagno, ma anche verso un avversario; spirito di sacrificio a favore di un obiettivo comune; predisposizione al gioco di squadra, ecc.).
Ebbene, cos'è la donazione degli organi se non la metafora perfetta, completa e elevatissima di un grande "gioco di squadra"? Che cosa dovrebbe\potrebbe essere se non l'occasione irrinunciabile che la società mette a disposizione dello sport per fargli fare il passo più bello, più alto, quello che ancora gli manca?
Basterebbe parlare di numeri per cominciare a capire. Gli sportivi in senso lato in Italia sono oltre venti milioni: di questi, più di quindici milioni praticano a vario titolo una disciplina agonistica; quasi dodici milioni la praticano "con continuità" nell'arco dell'anno. Più di sette milioni sono iscritti a Federazioni o Enti sportivi.
Ci potremmo fermare qui. Basterebbe infatti che la conditio sine qua non per ricevere una tessera e la conseguente abilitazione alla pratica sportiva, fosse la disponibilità ad offrire i propri organi (organi verosimilmente "buoni", perfettamente scannerizzati dalle visite mediche - già - previste e richieste; organi di persone mediamente molto sane quando non di atleti veri e propri) e il bacino dei donatori potenziali del nostro Paese verrebbe virtualmente decuplicato: con l'automatica soluzione dei problemi di approvvigionamento e dei tempi di attesa.
Ma c'è di più: e va detto con un realismo che non deve essere cinico, ma assolutamente e persino nobilmente pragmatico. In quella (a volte gloriosa) corsa verso l'immortalità che spesso anima la carriera e il desiderio di affermarsi di un atleta, la possibilità di donare un organo e dunque di andare anche al di là dei confini del proprio destino potrebbe diventare uno stimolo incredibilmente affascinante. Il nostro cuore, i nostri polmoni, le nostre cornee, la nostra cute o qualsiasi altra parte del nostro corpo allenata per essere "perfetta" potrebbe vivere ben oltre noi e ben oltre il nostro supremo sacrificio. Un campione rivivrebbe, se non in un altro campione, certamente in un altro uomo o un'altra donna a cui donerebbe, con la vita, la perfezione anatomica del proprio impegno, delle proprie aspirazioni, del proprio desiderio di "vincere". Pensate, lo dico nel massimo rispetto del dolore ma anche con uno slancio tanto ingenuo quanto affascinato: come sarebbe stata bella (o commovente, o seducente, o semplicemente meravigliosa) l'idea che il cuore di un Fausto Coppi avesse potuto continuare ad alimentare un'altra vita e forse persino altri trionfi. O gli occhi acutissimi di un giovane motociclista, o i polmoni di un fondista, o i reni di un nuotatore. Pensate come sarebbe bello e soprattutto giusto se lo sport diventasse il grande, generoso bacino della vita degli altri.

Marino Bartoletti, giornalista sportivo.
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