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La fuga dalla solidarietà.

Numero 3, settembre 2011
Ogni tanto qualcuno decide che è venuto il momento di relegare la solidarietà tra i ferrivecchi dell’ideologia. Poi, in un qualsiasi giorno, basta un’occhiata ai giornali o alle trasmissioni televisive per scoprire quanto grondino di un bisogno diffuso e ineludibile, proprio di solidarietà. Giovedì scorso, tanto per fare esempi, sulla prima pagina di questo giornale si parlava degli sforzi per salvare una bambina di 5 anni, bisognosa di un cuore da trapiantare. Si riportavano le parole del cardiochirurgo che la cura: “La tecnologia ha fatto il possibile, ora manca l’ultimo passaggio: la solidarietà”. Ecco, dunque, a confronto l’icona del nostro tempo, la tecnologia, e l’inutile, ingombrante ferrovecchio ideologico, la solidarietà’. Alla prima guardiamo come se fosse onnipotente, e l’accettiamo o la rifiutiamo come tale. Poi, alla prova dei fatti, ci accorgiamo che così’ non è, e siamo obbligati ad immergerla nella realtà concreta, che ne disvela i rischi e le opportunità, ma pure i limiti. Nel suo incontro con un umano la tecnologia si mostra terribile e misera, non autosufficiente, destinata a successi o sconfitte anche a seconda di come si articolano i legami sociali. Persino l’onnipotente tecnologia talvolta non ce la fa senza l’”aiutino” che le forniscono i concreti rapporti tra le persone. Spogliata d’ogni orpello ideologico, la solidarietà è proprio questo, continua ad incarnare un dato elementare, la necessità di non perdere mai di vista l’importanza dei legami sociali. Ma questo non vuol dire che essa debba essere confinata nel regno dei buoni sentimenti, della pura spontaneità dei comportamenti. La rilevanza attribuita alla solidarietà contribuisce a definire le modalità istituzionali dei legami sociali e politici. In sostanza la solidarietà deve rimanere un affare soltanto privato o deve essere anche considerato, come si è sempre ripetuto ancora di recente in Francia, un “sentiment républicain”, un principio ispiratore delle politiche pubbliche?

Torniamo al caso ricordato all'inizio. È evidente che non si può obbligare nessuno a mettere a disposizione un cuore da trapiantare. Ma è ben possibile che, ispirandosi proprio al principio di solidarietà, si fissino regole che, quando la morte avviene in particolari circostanze, favoriscano il prelievo degli organi e la loro messa a disposizione di chi ne ha bisogno. Vi sono, dunque, azioni pubbliche e collettive necessarie perché le esigenze sintetizzate dalla parola “solidarietà” possano essere soddisfatte. Sembrerebbero considerazioni ovvie. Perché allora, e non da oggi, il riferimento alla solidarietà continua ad essere considerato fastidioso ed ingombrante? Perché, periodicamente, si propone una fuga dalla solidarietà?

Le ragioni sono molte, anche assai diverse tra loro, affondano le loro radici in una storia che ci por¬ta alla “triade rivoluzionaria” della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 – liberta, eguaglianza, fraternità. Proprio quest'ultima e apparsa meno forte e visibile, una semplice indicazione programmatica, mentre libertà ed eguaglianza erano considerate come veri e propri diritti. Ma, se guardiamo alla storia politica e costituzionale, ci accorgiamo che proprio alla fraternità-solidarietà si debbono alcune delle maggiori innovazioni del secolo passato, di cui oggi ci si vuole liberare. Al costituzionalismo europeo del Novecento si deve la congiunzione tra l'idea individuale e l'idea sociale dei diritti. Questa ispirazione si ritrova nell’articolo 2 della nostra Costituzione, dove si parla dell'“adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Si stabilisce cosi un criterio ordinatore dell'insieme delle relazioni tra i cittadini. Letto in un contesto che attribuisce un ruolo essenziale all'azione delle istituzioni della Repubblica, accento posto sulla solidarietà non individua soltanto un valore fondamentale, ma mette pure in rilievo come gli interventi istituzionali non esauriscano l'insieme delle azioni socialmente necessarie, chiamando anche ogni cittadino alla realizzazione del programma costituzionale. Questa versione forte della solidarietà è sempre stata accompagnata da una sua versione debole, che la sfuma nell'assistenzialismo, la mortifica nella carità, la riduce al “conservatorismo compassionevole. Qui si manifesta una scelta di radicale abbandono d'ogni conquista dello Stato sociale, anzi si fornisce l' alibi per una completa ritirata dello Stato, negando ai più deboli la qualità di titolari di specifici diritti e istituzionalizzando una loro dipendenza sociale. Siamo tornando ad una situazione simile a quella che suscitava la critica socialista alle stesse politiche pubbliche di beneficenza, alle quali venivano contrapposte le forme create da contadini e operai — cooperative, unioni, leghe che esprimevano la capacità di auto organizzazione e la liberazione dei lavoratori da ogni dipendenza?

Emblematico può essere considerato il canto “La lega”, a noi giunto attraverso la voce emozionante di una ex-mondina, Giovanna Daffini, che si apre con le parole «Sebben che, siamo donne, paura non abbiamo /abbiam delle belle buone lingue e in Lega ci mettiamo». Dobbiamo di nuovo confidare soltanto nella solidarietà che scaturisce dalla capacità sociale di costruire reti di rapporti collettivi ? Ma, tra quei tempi ed oggi, si e svolta una storia lunga e ricca, che ha visto le rivendicazioni divenire diritti, contribuendo alla nascita di quello che, giustamente, continua ad essere chiamato “modello sociale europeo”, e che non può essere considerato soltanto come un retaggio del passato. In una recente risoluzione del Parlamento europeo, rivolta alla Convenzione che sta lavorando al progetto di una costituzione europea, si è fatto riferimento esplicito alla necessità di salvaguardare quel modello. E soprattutto, nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 2000 si e considerata la solidarietà come uno dei principi essenziali, che da il titolo ad una delle sue parti, ponendo cosi un limite esplicito alla logica individualistica e ribadendo le premesse giuridiche per la costruzione di un articolato sistema di legami sociali. I ripetuti tentativi di liberarsi dello scomodo riferimento al principio di solidarietà rivelano sempre più nettamente il loro obiettivo vero, che è appunto quello di ridurre e mortificare non solo l’insieme dei diritti sociali, ma la possibilità stessa di collocare tutti i diritti in un ambiente costituzionale che dia rilevanza ai legami sociali. Che è progetto miope e pericoloso, che non porta all' esaltazione dell' individuo unico portatore di diritti, ma al suo isolamento, alla sua contrapposizione a tutti gli altri, estranei se non nemici. Davanti a noi è una drammatica frammentazione sociale, non ultima ragione di tante tragiche, e altrimenti inspiegabili, vicende di cronaca. La ricostruzione di una rete solida di rapporti tra le persone, e tra queste e le istituzioni pubbliche, esige una rinnovata attenzione per la solidarietà e i diritti che da essa traggono ispirazione.
Stefano Rodotà (La Repubblica 30 ottobre 2002)
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