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"Mi ricordo... il mio primo prelievo d'organo"

Numero 4, dicembre 2012
Era il Novembre del 1999 e da qualche giorno ero stato assunto come infermiere di sala operatoria presso l’Istituto Mediterraneo Trapianti di Palermo. Tutto era interessante e tutto mi affascinava. I colleghi più esperti, quelli che erano stati a Pittsburgh prima di me, erano determinati nel voler trasferire la loro esperienza e le loro conoscenze a noi nuovi assunti. Eravamo molto concentrati sul training che già si annunciava pesante ed impegnativo, ancor più che i nostri colleghi d’oltreoceano non parlavano una parola d’italiano. Abituato all'ambiente ospedaliero, frequentato durante il tirocinio infermieristico, mi sentivo su un altro pianeta. Uno tra i miei colleghi più esperti era stato designato come mio “preceptor”, ma l’intensa attività spesso ci impediva di trascorrere insieme il tempo sufficiente a rispondere alle mille domande che avrei voluto fare.

Ed ecco che spesso mi trovavo affiancato dai colleghi americani che nonostante l’ostacolo della lingua non demordevano dal tentativo di trasmettermi un nuovo metodo assistenziale, basato sulla centralità del paziente, sulla comunicazione e sull'applicazione di “Policy & Procedures” a cui tenevano tanto. Ho scoperto che il piano di nursing studiato a scuola non era pura teoria ma poteva essere applicato, bastava volerlo, bastava lavorare in team con dei colleghi collaboranti e un ambiente idoneo, dove l’infermiere era finalmente considerato non più un subalterno del medico ma un professionista con la sua dignità e la sua autonomia, dotato di conoscenze ed abilità pratiche ma sopratutto di “Critical Thinking” e di quelle che amavano definire “Non Thecnical Schills”.

Dovetti familiarizzare con “Emtek”, la cartella clinica informatizzata (rigorosamente in inglese), nonché con svariate “picklists” e “checklists” che contornavano il lavoro quotidiano dandoci un metodo sicuro e preciso, dove l’errore non scaturiva dalla casualità ma dalla volontà di qualcuno a non seguire le regole, troppe regole alle quali dovevamo abituarci ma delle quali oggi non sapremmo fare a meno. In questo contesto di crescita, di entusiasmo e di amore verso una professione che finalmente aveva la possibilità di esprimersi, arriva la drammatica notizia che prima o poi mi attendevo: dovevamo recarci, per effettuare un prelievo d’organi, presso l’Ospedale Civico di Palermo dove si era appena conclusa l’osservazione di un donatore multiorgano.

Per me, che l’essere infermiere aveva sempre significato combattere per la vita partendo dalla vita, si apriva una nuova dimensione, quella della sconfitta e dell’accettazione, da cui poter trarre beneficio per altri innumerevoli pazienti bisognosi di aiuto. Insieme cercavo di comprendere il gesto di amore e la sofferenza di quei parenti che in un momento così difficile erano riusciti a dire si. Ho impiegato qualche ora prima di elaborare la mia teoria, quella del dovere e dell’impegno a cui ciascun infermiere è chiamato deontologicamente e professionalmente.

Come potevo rendermi utile? Cosa era opportuno fare? Mi sentivo inadeguato a gestire una situazione così grande ma dovevo impegnarmi responsabilmente in quel difficile compito. Dovevo agire professionalmente e diligentemente e dovevo farlo nel migliore dei modi e nel più breve tempo possibile.

I primi donatori erano una importantissima opportunità di training per tutti noi neoassunti, bisognava osservare, collaborare, prendere appunti, studiare, individuare le carenze per porvi rimedio ed essere sempre più pronti la prossima volta. In quella occasione il mio compito era quello di preparare il setting della sala operatoria, i tavoli chirurgici, lo strumentario, il materiale occorrente all'intervento. Ben presto mi resi conto che il prelievo d’organo, per molti aspetti considerato un intervento di secondaria importanza rispetto a quelli effettuati sui pazienti “in vita”, era invece un intervento delicato e importantissimo perché fondamentale per la riuscita dei trapianti, specie riguardo ad alcuni aspetti fondamentali come il mantenimento della sterilità, la gestione degli organi, la riduzione dei tempi di ischemia.

La figura infermieristica, come nella maggior parte dei setting assistenziali, anche in quello della donazione giocava un ruolo fondamentale. Allora occorreva imparare bene, elaborare conoscenze ed esperienze, mettere nero su bianco e trasferire queste conoscenze a tutti i colleghi che con lo stesso entusiasmo e la stessa dedizione si sarebbero occupati di prelievo d’organi. Furono scritte checklist e protocolli di gestione, utilizzati sia per lezioni interne ai colleghi neoassunti, sia all'esterno dell’ospedale in diverse opportunità formative promosse dal nostro Centro Regionale Trapianti (CRT).

Sono passati diversi anni e da allora siamo stati in tanti ospedali in Italia, in Grecia, a Malta ma anche in Israele, ex Jugoslavia ed altre Nazioni fuori dal continente europeo. Ogni posto è diverso dall'altro, con diverse disponibilità di mezzi, risorse, conoscenze ed esperienze ma tutti sono accomunati dallo stesso denominatore, ossia una disponibilità incondizionata verso un obiettivo comune: far si che il prelievo vada a buon fine e che gli organi giungano in buone condizioni al sito del trapianto.

Non voglio tralasciare un aspetto importantissimo, difficile da trasmettere e quasi impossibile da insegnare, perché direttamente influenzato dalla sensibilità e dal vissuto di ciascuno di noi, ossia il rispetto per il donatore e per il gesto bellissimo della donazione. Anche se il consenso viene dato dai familiari, tale gesto rimane espressione del modo d’essere di colui che donando gli organi dà la possibilità ad altri pazienti, indifferentemente adulti o bambini, di migliorare il proprio stato di salute. Già dal mio primo donatore questo rispetto mi imponeva un’attenzione particolare in ogni piccolo gesto che compivo ed in particolare in quello scambio di sguardi all'uscita dalla sala operatoria tra noi ed i familiari del donatore. Tante volte avrei voluto fermarmi, parlare con loro, ringraziarli del bellissimo gesto compiuto, rassicurarli sulla destinazione degli organi, ma sapevo benissimo che non ci era consentito. Ed ecco che allora parlavano gli sguardi, la compostezza, il rispetto, un sorriso di gratitudine in un mare di dolore.
di Giancarlo Cappello, Nurse Educator ISMETT
(www.timeoutintensiva.it, N°20)
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