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Trapianto di mano:
la difficoltà di vivere con la mano di un altro

Numero 3, settembre 2013
Dopo tredici anni di dolorosa convivenza con la nuova mano, Walter Visigalli ha deciso di liberarsene. L'ha fatto con l'approvazione del chirurgo Marco Lanzetta che gliela aveva trapiantata nell'ottobre del 2000 e che ora ha concordato con lui l'amputazione (in vista di un arto artificiale). Già da questo possiamo intuire l'affiatamento dei due, escludendo qualsiasi ipotesi di sfruttamento da parte del medico sperimentatore ai danni di un supposto paziente cavia. Qui il progresso tecnologico e scientifico non ha sottratto spazio alla dimensione umana (sullo sfondo di questo discorso c'è sempre Frankenstein di Mary Shelley, monito della letteratura gotica). Tuttavia il travaglio interiore di un uomo che prova a vivere con una mano non sua, e alla fine non ci riesce, ci si propone come una questione difficilmente ignorabile. La mano ? ovvero la terminazione di un arto superiore con pollice sovrapponibile ? non è soltanto ciò che, insieme alla postura eretta, ci ha resi umani, non è soltanto l'inizio del linguaggio, della tecnica, della creatività: la mano è il nostro secondo volto, ovvero la parte del corpo che meglio racconta la nostra storia personale e meglio mostra la continuità olistica del nostro organismo. La mano mi aiuta a capire che il corpo non è un attrezzo che manovro con la mente: il dualismo cartesiano è confutato dall'esperienza di ognuno. La mente non è altro che il sistema del corpo che pensa. La mia mano sono io. Nei suoi lineamenti affiorano i miei genitori, la mia appartenenza a un albero millenario di cui sono l'ultimo ramo. Si pensi alla bellissima poesia di Giovanni Raboni, La guerra: «Ho gli anni di mio padre ? ho le sue mani,/ quasi: le dita specialmente, le unghie,/ curve e un po' spesse, lunate (...)». Da un canto la mano racchiude il massimo di identità, d'altro canto però ci espone a un massimo di alterità: è la propaggine più estrema di noi, una presenza animata al punto che talvolta sembra vivere di vita propria. È la condizione essenziale di ogni ventriloquo, di fatto la sua voce antagonista. Nel racconto di Guy de Maupassant la mano dello scorticato un uomo raggiunge alcuni amici con uno strano trofeo, la mano mozzata di uno stregone. Gli amici inorridiscono ma lui decide comunque di conservarla. Solo che, al termine di una notte fitta di visioni spaventose, apprende dal servo che un suo amico è stato strangolato e soprattutto che la mano è sparita. Che sia nata o non sia nata con me, la mia mano è l'Altro, lo rappresenta in forma fantasmatica. Si pensi a Thing della Famiglia Addams, una mano viva e indipendente, valorizzata al punto da assumere statuto di personaggio. Oltre al dolore, oltre agli effetti collaterali dei farmaci anti-rigetto, è proprio questo slittamento dell'Altro dal piano simbolico a quello reale a diventare intollerabile. La coscienza cerca di convincermi che quella cosa (thing) può diventare mia, che mi ci abituerò e non sarà più un'estranea; il sistema immunitario è tassativamente contrario e la considera una costante minaccia alla mia incolumità; l'inconscio ne esce sgomento (cos'è quella cosa: l'oggetto a?, il seno materno ricomparso all'improvviso?); il subconscio semplicemente non la riconosce e senza alcuna volontà la esclude dal proprio orizzonte (per cui, ad esempio, gli automatismi che mi fanno guidare la macchina mentre chiacchiero non entrano in funzione). Insomma, tutto il contrario dell'arto fantasma: lì sento qualcosa che non c'è più, qui non sento ? non riesco, non voglio sentire ? qualcosa che c'è. Qualcosa il cui ritratto è di qualcuno che non mi assomiglia per niente.Da questo punto di vista forse, chissà ? è facile dirlo dall'interno di un corpo integro ? la protesi artificiale appare una prospettiva meno traumatica. E il pensiero non può non andare al giovane protagonista del film di Tim Burton Edward mani di forbice, un ragazzo dal fascino malinconico e irresistibile, che ha saputo trasformare la disabilità in abilità, l'impedimento in ricchezza, il difetto in talento.
Mauro Covacich
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