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Addio a Ugo Riccarelli, uomo coraggioso e ottimista. Un grande amico di A.I.D.O.

Numero 3, settembre 2013
Domenica 21 luglio è morto Ugo Riccarelli. Il doppio trapianto cuore-polmoni cui si sottopose con coraggio gli ha donato la possibilità di vivere e di scrivere per vent'anni. Aveva 59 anni e conclusa la parentesi all'ufficio stampa del Comune di Pisa si era trasferito a Roma inizialmente nello staff del sindaco Veltroni, poi nell'organico del teatro di Roma. Dopo aver vinto il premio Strega nel 2004 con «Il dolore perfetto» non ce l'ha fatta a cogliere l'altro risultato a cui teneva: il «Campiello», per il quale era stato inserito nella rosa dei prossimi finalisti con «L'amore graffia il mondo», scelto anche per concorrere all'edizione 2013 del «Grinzane Cavour».
Era nato con una malformazione congenita ai polmoni, che lo costringeva a una respirazione sempre più faticosa e affannosa, che non gli impedì di avere la vita che aveva scelto: lo studio, il lavoro, il matrimonio, una figlia, ma che lo costrinse, alla fine degli anni Ottanta, a non poter più rinviare un appuntamento che era la sua unica possibilità di sopravvivere: il trapianto. Si mise infila. Visse l'ultima attesa di quel trapianto come se fosse appeso a una parete - così la raccontò nel suo primo libro "Le scarpe appese al cuore" (Feltrinelli editore e poi Mondadori) dove altri come lui aspettavano. Ogni tanto qualcuno cadeva. Lui fu capace di rimanere tenacemente, rabbiosamente, aggrappato a quella parete fino a quando, aveva 35 anni, non fu sottoposto a Londra dal prof. Yacoub, al doppio trapianto di cuore e polmoni. «Mi hanno cambiato tutto lo chassis, perché i polmoni non si possono staccare dal cuore», spiegava. Ma il cuore si può staccare dai polmoni e, infatti, il suo che era in ottime condizioni fu donato a una signora inglese. La sorte volle quindi che Ugo Riccarelli sia stato forse l'unica persona al mondo ad essere ricevente e donatore “due cuori che battevano”. Fece di tutto per conoscere quella signora, ma lei non volle. “Peccato, era la donna del mio cuore” commentò. Era sottile e spiritoso, Ugo. Negli ultimi anni un nuovo male lo costrinse a estenuanti e sempre più frequenti sedute di dialisi. Ma questo non gli ha mai impedito di continuare a scrivere e girare per presentare i suoi libri e per rispondere agli inviti che gli arrivavano da tutta Europa e oltre.
Nel 2011 scrisse il saggio-reportage sul mondo dei trapianti in Italia “Ricucire la vita (Piemme): «Sarò sincero: io questo libro non l' avrei mai scritto. Voglio dire che, se non fossero intervenute considerazioni, fatti, circostanze, persone, non mi sarei messo a scrivere attorno a un argomento al quale ho dedicato il primo libro che ho pubblicato». E quei fatti e persone furono, nello specifico, l'istituto d'eccellenza ISMETT di Palermo, del quale il libro gli diede modo di raccontare la paura e l'epica di ogni giorno di medici, familiari, pazienti, e soprattutto di «svelare» ricerche e scoperte «buone» nel deserto di una sanità «cattiva», consegnandole alle speranze di tanti malati e di tanti sani che avrebbe voluto convertire alla cultura del dono degli organi.
Ricorderemo Ugo come persona discreta, gentile e attaccata alla vita. Un grande amico di A.I.D.O., sempre disponibile a partecipare ad incontri con la gente sul tema della donazione di organi.
Vincenzo Passarelli
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