« indietro

Le nuove frontiere della perfusione.
II «ricondizionamento» migliora la qualità dell'organo.

Numero 4, dicembre 2014
L’obiettivo principale del processo di donazione è assicurare la migliore qualità e funzionalità dell’organo trapiantato. Tuttavia, un grave danno degli organi trova origine proprio negli eventi fisiopatologici che precedono la morte encefalica, caratterizzati da una gravissima sindrome da stress e da una diffusa reazione infiammatoria. In molti casi la funzionalità di organi anche in precedenza sani risulta così compromessa che devono essere ritenuti non idonei al trapianto, oppure il danno è tale che è a rischio l’efficienza dopo il trapianto. Inoltre, l’età sempre più avanzata dei potenziali donatori e le complicanze legate al trattamento intensivo costituiscono ulteriori fattori di rischio per una perdita di funzionalità.

Un punto certo è lo stretto rapporto tra il numero degli organi idonei al trapianto e la qualità del trattamento intensivo del potenziale donatore (in realtà degli organi del donatore dopo la morte): perseguire la stabilità circolatoria e l’equilibrio metabolico è obiettivo complesso ma raggiungibile nei reparti di rianimazione. Un fattore importante è costituito dalla recente evidenza che la funzionalità tende a recuperare spontaneamente con il tempo se viene assicurata la qualità del trattamento intensivo. Ciò permette di attuare un monitoraggio della funzione degli organi, eventualmente prolungando di qualche ora il tempo di trattamento dopo l’accertamento di morte, con la finalità di effettuare il prelievo quando gli organi hanno recuperato la funzionalità. Il recupero della contrattilità cardiaca costituisce un facile esempio.

Questo approccio finalizzato alla qualità degli organi può essere oggi ampliato e perfezionato grazie alle nuove tecniche di “ricondizionamento” che assicurano la perfusione ed ossigenazione dell’organo durante le fasi di prelievo, durante il trasporto verso il centro di trapianto e per un periodo di alcune ore prima del trapianto. II potenziale di miglioramento grazie a queste nuove tecniche è ancora da valutare ma è probabilmente notevolissimo se inserito in un percorso multidisciplinare continuo che ha inizio in rianimazione con il trattamento del potenziale donatore. La possibilità di assicurare la perfusione durante il trasporto in associazione alla protezione ipotermica potrebbe limitare il danno più temibile dell’ischemia ma anche permettere, eventualmente con una perfusione fisiologica a temperatura normale, il recupero delle funzioni metaboliche e il monitoraggio della funzionalità prima del trapianto.

Ciò sembra essere particolarmente evidente nel polmone che più degli altri organi risente delle complicanze del trattamento invasivo e delle conseguenze della morte del donatore. La perfusione “ex situ” di polmoni, cuore, fegato e reni, oltre a migliorare la qualità e il numero degli organi disponibili, rende più sicuro il trasporto anche sulle lunghe distanze e meno rigido il vincolo di tempo. Tali tecniche di ricondizionamento diventano poi condizione essenziale per la qualità degli organi prelevati da donatori a cuore fermo, in cui il tempo di ischemia a caldo costituisce il limite principale e il fattore più critico di qualità funzionale. Per il miglioramento della qualità degli organi per trapianto sia da donatori in morte encefalica che a cuore fermo è quindi indispensabile approfondire la comprensione delle alterazioni fisiopatologiche innescate dalla morte dando grande sviluppo a progetti di ricerca sperimentale e clinica.

(Francesco Procaccio, Centro Nazionale Trapianti)
torna su