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Si licenzia per donare il rene al figlio.

Numero 3, settembre 2009
Il caso: un uomo di Alessandria si dimette per donare un rene al figlio, un bambino di quattro anni. Il trapianto pediatrico tra viventi da adulto a bambino, caso raro e primo in Italia, è stato eseguito il 19 agosto a Pisa; il bambino sta bene e il papà è stato dimesso. “Sapevo che in Italia non ci sono norme che consentono al donatore di assentarsi dal lavoro per poter seguire la lunga trafila di analisi cliniche che precedono il trapianto” – racconta l’uomo – “E così quando si è prospettata la possibilità di una donazione non ci ho pensato due volte e ho lasciato il lavoro”. Questo il racconto del padre. Ma è proprio così? Era proprio necessario dimettersi? Cosa prevede la legge in merito?
L’art. 5 della Legge n. 548 del 26 giugno 1967 (Trapianto di rene tra persone viventi) recita:
“Per l’intervento chirurgico del prelievo di rene, il donatore è ammesso a godere dei benefici previsti dalla leggi vigenti per i lavoratori autonomi o subordinati in stato di infermità: è altresì assicurato contro i rischi immediatamente futuri inerenti all’intervento operatorio e alla menomazione subita”.
”La disposizione di legge è chiara,” – commenta il Presidente Nazionale A.I.D.O., Vincenzo Passarelli – “ ma l’INPS, in mancanza di regolamento attuativo, non riconosce l’assenza dal lavoro per malattia non dovuto a fatto morboso proprio. Peraltro, le indagini preventive da adempiere in caso di donazione d’organo sono lunghe e complesse (colonscopia, gastroscopia, arterioscopia, scintigrafia… tanto per citarne alcune), quasi un mese e mezzo. Ecco perché il padre di Tommaso si è dimesso dal lavoro e qualche anno fa, sempre a Pisa, la signora Vella ha dovuto chiedere ferie e permessi e, al momento del trapianto, ha consumato tutto il periodo di malattia retribuita disponibile.
Ma era davvero necessario? A nostro parere non ci si può nascondere dietro la mancata approvazione del regolamento previsto dalla legge del 1967. La previsione normativa è chiara di per sé; viene richiamata anche dalla legge 16 dicembre 1999 n. 483 (trapianto di fegato da vivente), mentre la legge 6 marzo 2001 n. 52 per i donatori di midollo osseo addirittura detta una disciplina specifica.
Del resto lo stesso codice civile all’art. 2110 prevede una tutela per il lavoratore in caso di infortunio, malattia, gravidanza o puerperio e la nozione di infermità “protetta” va individuata in qualsiasi fatto patologico che impedisca il raggiungimento del locali dell’impresa e costringa alla degenza.
Ora è evidente, da un lato, come la gravidanza non possa essere considerata una malattia, mentre dall’altro la tutela del diritto alla salute, in tutte le sue forme sia garantita al più alto grado dall’art. 32 della Costituzione.
Certo la mancanza del regolamento può costituire una scusa.
Come rimediare allora? L’unico sistema per provocare la emanazione è quello di pretendere giudizialmente l’applicazione delle regole. Ci rendiamo conto di come, in evenienze del genere, gli interessati debbano preoccuparsi di problemi più importanti, ma l’esito della richiesta sarebbe scontato: a volte, oltre al giusto rilievo su tutti gli organi di stampa, è bene che i cittadini ingiustamente discriminati si facciano sentire nelle sedi competenti; crediamo, del resto, che la particolarità della situazione potrebbe trovare un appoggio, per primi, tra i datori di lavoro.
L’ A.I.D.O., da parte sua, ha inviato una richiesta urgente al Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali perché venga approvato al più presto il decreto “Regolamento per lo svolgimento delle attività di trapianto di organi da donatore vivente”, presentato in bozze alla riunione della Consulta Nazionale Trapianti tenutasi il 28 aprile scorso. Il Regolamento all’art. 14 prevede l’equiparazione del donatore e ricevente e ne tutela i diritti.
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