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Come nacque l'idea e come si concretizzò.

Numero 1, marzo 2013
Nella mia attività di collaboratore scientifico di una casa farmaceutica, periodicamente visitavo i medici dei vari reparti ospedalieri e ve n'era uno in particolare che visitavo malvolentieri: il centro dialisi.
Vedere quei pazienti emaciati, dai volti tristi, sconsolati, legati ai reni artificiali per 11-12 ore al giorno (erano i tempi di dialisi nel '70) per 3 giorni alla settimana, mi provocava una tale angoscia da togliermi il respiro.
Incominciai allora ad interessarmi al problema di questi ammalati; interpellai medici, chirurghi, consultai nefrologi, dializzatori, medici legali, biologi.
Approfondii attraverso testi scientifici la conoscenza dell'argomento e dopo mesi e mesi di indagine, decisi che si doveva fare qualcosa di positivo e di concreto per le migliaia di pazienti costretti alla dialisi per sopravvivere.
Allora, 1970-1971, in Italia, erano poco più di 4.000. Insufficienti erano i centri dialisi ed i nefropatici erano costretti a recarsi tre volte alla settimana, per sottoporsi alla terapia emodialitica, a centinaia di chilometri dalla propria abitazione. Da Torino a Udine, da Potenza a Napoli, da Bolzano a Verona. I dializzati non avevano un futuro certo se non nel trapianto.
E il trapianto divenne il mio obiettivo. Dovevo fare qualcosa; la mia coscienza si ribellava nel vedere l'indifferenza, quasi totale, verso questi pazienti. Non si attivavano nuove strutture, non si prestava attenzione ai chirurghi che volevano rendere operanti i loro Centri di trapianto. Non si rendeva di dominio pubblico il disagio, la precarietà, il grido di dolore che si levava dai Centri dialisi. Casi pietosi, drammatici, decessi ... viaggi della speranza alI'estero, il più delle volte vani. No! Non era più possibile tacere, far finta di niente.
Non potevo più ripetermi: «Ma non è un problema mio, ci debbono pensare i responsabili delle strutture sanitarie, coloro che reggono le sorti della Sanità pubblica». No! Dovevo fare qualcosa, costasse quel che costasse. E così feci. Il prezzo fu altissimo, pesante. Persi quasi tutto: lavoro, famiglia, amici, ma nonostante ciò appagai la mia coscienza di uomo sano e libero che voleva a tutti i costi liberare altri uomini ammalati, dalla schiavitù
di una macchina ... il rene artificiale.
Dopo aver raccolto dati, informazioni, notizie documentate, decisi di dar vita ad una associazione che avesse come finalità quella di sensibilizzare l'opinione pubblica al dono degli organi post-mortem, a scopo di trapianto terapeutico.

Giorgio Brumat
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