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DONIAMO O DIAMO?

Numero 1, marzo 2016
Quante volte per il compleanno di un nostro amico o per qualche altra occasione ci siamo sentiti in obbligo di fare un regalo, ma in realtà non ne avevamo nessuna voglia? Soprattutto quando non si ha la più pallida idea di cosa regalare e inizia così una tormentata ricerca di un qualche oggetto che possa essere apprezzato, senza a volte considerare minimamente il destinatario. Magari con i soldi spesi per quel regalo, si sarebbe voluto comprare qualcosa per se stessi, vero? Perciò si cerca qualcosa di abbastanza economico, qualcosa che potrebbe piacere a noi, ma di qualità inferiore. Riflettendoci però, se tutto ciò lo facesse un nostro amico con noi, non ci rimarremmo male? Non ci sentiremmo poco considerati? Sicuramente ci farebbe molto più piacere se quella persona invece dimostrasse di tenerci, cercasse un modo per renderci felici, magari spendendo non soltanto soldi, ma qualcosa di più prezioso, come il proprio tempo.

A proposito di ciò Theodor W. Adorno scrive che «la vera felicità del dono è tutta nell’immaginazione della felicità del destinatario: e ciò significa scegliere, impiegare tempo, uscire dai propri binari, pensare l’altro come soggetto: il contrario della smemoratezza». È quell’attesa gioiosa che sperimentiamo nei preparativi di una festa, nella creazione degli inviti, nell’addobbo della casa, momenti di soddisfazione che a volte sono vissuti essi stessi come un dono. Quindi l’aspetto più bello del donare è proprio la gioia nel volto dell’altro. Per amore di una persona che consideriamo importante nella nostra vita, si può anche essere disposti a commettere grandi sacrifici, come ci ricorda il pittore Jacques-Louis David nel suo celebre dipinto intitolato Antioco e Stratonice, una storia tratta da Plutarco che racconta di un padre che per amore del figlio, cede a quest’ultimo la propria sposa; infatti il ragazzo si ammala gravemente per l’amore impossibile che nutre nei confronti della matrigna. Ma nonostante lo sforzo e il sacrificio, il farsi vicino all’altro diventa quasi naturale tanto che nasce un coinvolgimento che matura in una relazione di scambio e arricchimento interiore. A riguardo interviene l’antropologo Mark Anspach, sostenendo che se «egoismo paga, l’altruismo appaga di più».

Spesso si compie questo gesto con la presunzione di ricevere in seguito qualcosa in cambio, ma in questo caso non si parla più di donare. A riguardo Enzo Bianchi afferma «donare significa per definizione consegnare un bene nelle mani di un altro senza ricevere in cambio alcunché. Bastano queste poche parole per distinguere il donare dal dare, perché nel dare c’è la vendita, lo scambio, il prestito. Nel donare c’è un soggetto, il donatore, che nella libertà, non costretto, e per generosità, per amore, fa un dono all’altro, indipendentemente dalla risposta di questo». È proprio questa la distinzione su cui riflettere, pensiamo ai sempre più frequenti casi di donazione del sangue o degli organi: nessun tornaconto né obbligo potrebbe ottenere un risultato tanto forte quanto lo sperimentare la gioia del salvare una vita, quasi sempre sconosciuta. Proprio l’ambito della donazione degli organi ci permette di porre l’accento sulla contagiosità del dono. Come sostiene Mark Anspach «difficilmente si diventa una persona generosa da soli: la generosità è una cosa che s’impara».

Lo scambio diretto di doni fra due persone che hanno una relazione può apparire più comprensivo, individualistico, come quello che perdura nei gruppi di interesse della Rete, in cui ci si scambiano piccoli doni, riconoscimenti, in un gioco degli specchi che non permette mai al dono di uscire dalla ristretta cyber community, mentre l’asimmetria che emerge dal dono verso uno sconosciuto scopre la forza legata alla gratuità della scelta. Essere capaci di offrire se stessi per uno sconosciuto al quale viene riconosciuta la dignità di essere umano e quindi degno di amore, può far nascere negli altri il desiderio di provare la gioia dell’aiuto. Enzo Bianchi scrive così: «donare è un’arte che è sempre stata difficile: l’essere umano ne è capace, perché è capace di un rapporto con l’altro, ma resta vero che questo “donare se stessi” – perché di questo si tratta, non solo di dare ciò che si ha, ciò che si possiede, ma di dare ciò che si è – richiede una convinzione profonda nei confronti dell’altro».

Se da un lato quindi il donatore prova una grande gioia, dall’altro il destinatario ha tutta la libertà di rimanere insoddisfatto e di deludere le nostre aspettative, ma non dimentichiamoci che un dono fatto secondo le modalità che abbiamo delineato finora, sottintende la ricerca di un legame forte con l’altro, l’assunzione del rischio nell’aprirsi, aspetti che possono intimorire chi non è disposto a fare lo stesso e si limita all’apparenza superficiale. Ma per questo dobbiamo demoralizzarci? Sicuramente no, se abbiamo ben chiara la differenza fra donare e dare.

(Elena Mazzurco Masi, III A del liceo Classico “Capizzi” di Bronte (CT))
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