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D'Andrea: "Così ho dipinto i trapianti".

Numero 2, luglio 2003
Pittore antico e moderno, esuberante e controllato, toscano e siciliano. Lorenzo d'Andrea è tutto questo e molte altre cose ancora. Viene il rammarico a descriverlo di non essere una vera critica d'arte, perché di grande pittore si tratta. E, da profana, classificarlo non è assolutamente facile. Lui stesso dice di sé: "... mi annoiano gli artisti specializzati, non mi preoccupo della cosiddetta 'coerenza formale'. Per me la coerenza è un fatto interiore...A volte vado anche contro i miei interessi economici perché i galleristi mi vorrebbero in un "modo" che per me è già passato...Io vado dall'astratto al figurativo secondo le mie voglie!" Ma come egli stesso sottolinea il suo è solo un capriccio, ma segue una sua logica: "Vado un po' dietro agli umori miei ... un po' dipende anche dai temi che affronto, spesso molto diversi". Il collega e amico Pietro Cascella lo definisce un "mago bonario e forse ironico", per poi aggiungere: "affettuoso sempre". E infatti a parlarci, la prima impressione è quella di essere di fronte a una persona dall'entusiasmo travolgente e avvolgente. Dal temperamento sanguigno, verace, con il cuore aperto e la sincerità in bocca, come ogni toscano che si rispetti, Lorenzo d'Andrea è però un po' restio a parlare di sé. In realtà sfugge all'analisi dei suoi quadri e del suo stile col pudore ed il riserbo tipico del lucchese. Sebbene, quale figlio d'arte di un siciliano, il padre era infatti anch'egli un pittore, in lui c'è anche molto delle persone di quella terra. Da tanta vivacità ci si aspetterebbe di ritrovare i colori siciliani di Guttuso, che egli ammirava molto per cultura e personalità e che peraltro, alla morte del padre, di cui era grande amico, lo ha in un certo senso adottato. Per quanto riguarda tratto e colori, invece, questi sono spesso controllati. Predilige i mezzi toni di beige e di grigio, il bianco e il nero. I contorni, poi, sono definiti e, qua e là, appaiono tocchi drammatici di rosso, a evidenziare che non tutto è tranquillo. Picassiano per passione, condivide con quello che considera il suo unico e vero "maestro" persino il giorno di nascita, il 25 ottobre, e lo spirito giovane e indipendente, che lo sollecita a rinnovarsi continuamente in "fasi" nuove. Nato come ritrattista, particolarmente dotato per la sua capacità di cogliere nello sguardo delle persone quella speciale luce che rende i quadri "parlanti" e che ha fatto di lui uno dei ritrattisti contemporanei più famosi e ricercati (suoi i ritratti di molti uomini importanti da Papa Giovanni XXIII a Giulio Andreotti), è anche un pittore "geometrico", come egli stesso dice di lui, più che un pittore astratto. I suoi percorsi incontrano la serie dei "labirinti", delle "dimore", le "stanze" di Poliziano, realizzate per il quinto centenario della nascita di Angelo Poliziano. In essi, la carica vitale è contenuta in un disegno composto, controllato, filtrato da una tecnica magistrale e da tanto studio. La spiegazione è da ricercarsi anche nel fatto che Lorenzo d'Andrea è un architetto, nato e vissuto in Toscana, fortemente suggestionato dai colori e dagli intarsi delle chiese di questa regione. Equilibrio e rigore non solo estetico. E' l'intero mondo dei sentimenti, così vivaci, ad essere controllato dalla ragione. Non è un caso che le sue opere siano il frutto di un lungo e faticoso lavorio interno, fatto di attese e di appunti. Fino al momento in cui... è pronto. Quando vuole, poi, si abbandona al sentimento, ad una languida sensualità. Emozioni particolarmente evidenti quando dipinge la splendida Barbara, sua modella e musa ispiratrice oltre che compagna di vita. Stanno per festeggiare le nozze d'argento e ancora si divertono, si prendono in giro. Nonostante l'età D'Andrea continua a rinnovarsi. Per settembre sta preparando una mostra, ad Amsterdam, sul cubismo e futurismo che "è tutta un'esplosione di colori". Per l'AIDO ha recentemente realizzato dieci tempere a tecnica mista, che sono state esposte, a Roma, alla mostra intitolata "Samsara - Il trapianto: un percorso a più vissuti". Di fronte alla non facile richiesta di interpretare pittoricamente l'incredibile avventura del trapianto, confessa di essersi spaventato, di avere opposto qualche resistenza. Poi alla fine ha ringraziato chi glielo aveva proposto, il trapiantologo Filipponi, sulle cui riflessioni ha lavorato intensamente. "L'istinto iniziale - dice d'Andrea - è stato quello di dipingere di getto le emozioni. Poi, però, ho preferito una pittura rigorosa, quasi scientifica, e mi sono messo a studiare. Ho parlato con i trapiantati; sono entrato in un mondo che non conoscevo; ho seguito un percorso simile a quello che loro compiono, condividendone i momenti cruciali, l'attesa, la morte, la vita. Li ho sentiti molto più forti di me". Una gestazione lunga e faticosa durata circa nove mesi, durante i quali ha preso migliaia di appunti. "Alla fine ero pronto - sottolinea - e a quel punto dipingere è stato veloce". In conclusione dice di essere molto soddisfatto di tutto ciò e considera un'esperienza come questa, che ha lasciato in lui un segno profondo, davvero importante. Annamaria Scavo.
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