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La vita appesa a una corsia.

Numero 4, dicembre 2000
"Agli dei piacque diversamente": Virgilio, Eneide. Far finta di sonnecchiare poteva essere un buon sistema per tentare di recuperare un po' di energia necessaria per poter lavorare ancora alcune ore in sala operatoria al nostro rientro previsto per le 6 di mattino a Milano. Erano le 5 e 15 circa ed avevamo da poco imboccato l'autostrada Brescia-Milano. Il fegato ed il pancreas prelevati dalla povera donna donatrice deceduta per emorragia cerebrale erano al sicuro nell'apposito contenitore refrigerato disposto con cura nel vano bagagli della robusta Mercedes che silenziosa e fiera filava veloce lungo la corsia di sorpasso. Il mio giovane collaboratore dr. Farshad mi aveva appena ricordato che eravamo digiuni da ormai quasi 24 ore. A causa della rapidità della segnalazione della donatrice a Brescia avevamo dovuto preparare in fretta tutto l'occorrente per il prelievo nel primo pomeriggio a Milano. L'intervento era iniziato, come spesso accade, con molte ore di ritardo sull'orario previsto. Pensavo alle probabilità di reperire un croissant e di sorseggiare un caffé in autostrada prima di immergerci nel successivo e delicato lavoro di preparazione degli organi al banco. Il 23 giugno '99 si prospettava una giornata serena e il cielo terso permetteva di scorgere in lontananza, oltre le colline del bresciano, le prime luci dell'alba. Un'esplosione improvvisa secca ed intensa precedette un balenio di scintille. Poi di seguito rumore di ferraglia e lamiere. Un improvviso dolore lacerante mi aveva trafitto contemporaneamente il torace, poi il collo sino ad esplodere nel cervello. L'ultimo pensiero prima di perdere conoscenza: Signore che hai creato questo bel cielo azzurro abbi pietà di me. Non so per quanto tempo rimasi privo di conoscenza. Avevo tentato di uscire dall'abitacolo del Mercedes ridotto ad una scatola di lamiera deforme, ma il dolore lancinante al torace non mi consentiva di spostarmi neppure di un centimetro. A capo in giù e un po' di traverso vedevo accasciato sull'erba la corsia d'emergenza il nostro conducente, pallidissimo, che con un filo di voce chiamava i soccorsi con il suo cellulare. Capivo di essere in condizioni gravi e cominciavo a temere di non poter ricevere in tempo i soccorsi. Poi, alla comparsa della figura del dr. Farshad zoppicante, ma in posizione eretta, avevo riacquistato un po' di fiducia. "Paolino, come va' Non temere! Sono riuscito a telefonare in sala operatoria per bloccare l'intervento sulla paziente ricevente. Il fegato è là in mezzo alla corsia ed è stato sbalzato dal bagagliaio. Purtroppo il cellulare si è scaricato e solo ora ho trovato quello dell'autista che sta chiamando i soccorsi. Tu non devi muoverti!" Bella roba, pensai. Quello scemo vuol fare l'eroe: prima avvisa la sala operatoria per bloccare l'intervento e poi chiama i soccorsi! Così il prossimo donatore sarà il sottoscritto! Inconsciamente rimossi l'orribile pensiero con il consueto gesto da inguaribile chirurgo superstizioso. Il barrito lacerante dei segnali acustici dei Tir che sopraggiungevano senza fermarsi sia da destra che da sinistra era impressionante. L'autovettura dentro la quale ero incastrato era nel bel mezzo della carreggiata ed i Tir sfrecciando ai lati della vettura rischiavano concretamente di procurarmi il colpo di grazia. Dopo qualche esitazione Farshad azionò le chiavi sul cruscotto riuscendo a mettere in moto il Mercedes e a spostarlo con gran fragore di lamiere sulla corsia d'emergenza. Furono interminabili quei 50 minuti che intercorsero sino all'arrivo delle ambulanze a sirene spiegate. Durante l'estrazione dall'abitacolo persi ancora conoscenza ma quando sentii l'infermiere che dava l'ordine di trasportarmi presso un piccolo ospedale dei dintorni cercai di gridare con un filo di voce " Per favore trasportatemi in un grosso Ospedale attrezzato, potrei avere gravi lesioni toraciche". Dovetti convincere telefonicamente la collega del 118 e spiegarle che il trasporto in un piccolo Ospedale senza Chirurgia Toracica e Neurochirurgia poteva essermi fatale. Avevo intanto appreso la modalità dell'incidente. Una banda di malviventi a bordo di un'Alfa Romeo aveva speronato il Mercedes nel tentativo di fermarci e poi derubarci dell'autovettura. Sorpresi dalla violenza dell'incidente da loro procurato, i criminali erano fuggiti senza lasciare alcuna traccia. Dopo circa 20 minuti, trafitto da dolori lancinanti, arrivammo separatamente in tre ambulanze al Pronto Soccorso dello stesso Ospedale Civile di Brescia da cui eravamo partiti un'ora prima. Ricordo il giovane collega di guardia assonnato che dopo averci visitato ci ricoverò presso la Divisione Chirurgica d'Urgenza. Sei coste fratturate con versamento pleurico, il trauma cranico e cervicale, erano al momento il bilancio delle lesioni riportate ed in cuor mio pensavo che forse Qualcuno aveva stabilito che non era ancora giunto "il mio momento". Il fegato e il pancreas impacchettati in tre sacche di liquido, nonostante fossero stati sbalzati al di fuori dell'autovettura durante l'impatto, erano stati raccolti da alcuni agenti della Polizia Stradale e trasportati rapidamente al nostro ospedale di Niguarda in sala operatoria. Tornai a lavorare in reparto una mattina di settembre ancora scricchiolante dopo solo due mesi di convalescenza. Facevo molta fatica nel salire i due piani di scale per raggiungere il mio reparto chirurgico: mi ero riproposto di fare un poco di esercizio per riguadagnare un po' del tono muscolare perduto durante la convalescenza. Sul piano si notava una signora che inveiva e si lamentava con alcuni miei colleghi: da mezz'ora stava aspettando il medico addetto al turno di ambulatorio e questo non si era ancora visto: era una vergogna! Aveva voluto parlare con il Primario della Divisione ed esprimergli tutta la sua rabbia per l'increscioso ritardo. Sua sorella trapiantata di fegato due mesi prima dimessa già da qualche settimana, attendeva che quel lazzarone di un medico arrivasse per cambiarle semplicemente la medicazione rifatta due giorni prima. Loro avevano fretta e non potevano trascorrere l'intera giornata ad attendere il comodo di "lorsignori medici". Il Primario fu severo: mi riprese aspramente per la mezz'ora di ritardo dinanzi ai colleghi ed alla impettita signora che soddisfatta mi rimbrottò:" Ed ora non perdiamo altro tempo!". Vidi la giovane donna che attendeva la semplice operazione al piatto. Notai dalla cartella che la data del trapianto risaliva alla stessa data del mio incidente e capii che ero di fronte alla paziente per la quale avevo rischiato la vita. Dovetti soffocare a fatica un cenno di rabbia e una sensazione di sconforto. La paziente si accorse del mio disagio anche dai miei occhi che si erano un po' inumiditi; dopo la medicazione mi chiese:" Dottore c'è qualcosa che non va?". "Va tutto bene" risposi "Credo che ricorderò molto bene e molto a lungo la data in cui è stata trapiantata". La paziente capì immediatamente che si trovava davanti alla persona che aveva rischiato la vita per il suo trapianto. Volle prodigarsi in mille e mille scuse per il triste episodio di poco prima. Mi scusai a mia volta e sorridendo le porsi la mano per salutarla. E' trascorso oltre un anno dall'incidente: ho ripreso il mio lavoro di chirurgo che amo molto. Soffro di mal di schiena dalla data dell'incidente. L'altro giorno ho voluto sottopormi ad una lastra della colonna pensando di soffrire di artrosi o di un'ernia del disco. Niente di tutto questo: più semplicemente ho due fratture vertebrali a livello dorsale riportate nel precedente incidente e che evidentemente i medici dell'ospedale di Brescia non avevano diagnosticato: ho eseguito una TAC che conferma la presenza delle due fratture. Tutto sommato m'è andata bene! Adesso capisco perché dopo molte ore in piedi e di sala operatoria comincio a soffrire di mal di schiena: vi sembra poco?

dott. Paolo Aseni, Medico chirurgo - Ospedale Niguarda Milano
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