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La legge sulle donazioni: è ora di decidere!

Numero 3, dicembre 1998
La salute è un dono veramente prezioso. Quando stiamo bene tutto procede con una metodica indifferenza. Ogni giorno che passa diventa solo una cifra del calendario, una pagina di agenda; ma poi, all’improvviso, accade qualcosa che rompe questa routine, cominci a soffrire, perché scopri di avere un problema fisico molto serio. Allora, in quello stesso attimo, riesci a ripercorrere mentalmente tutta l’esistenza, pensi a quello che hai fatto e a quello che avresti voluto fare. Comincia così una vita fatta di momenti di angoscia, paura, tristezza, dolore, ma da questa situazione si può uscire, bisogna concentrarsi e convincersi che ciò che davvero conta è innanzitutto la “vita stessa” e non il dolore, la gioia, la felicità, la tristezza, l’egoismo, l’indifferenza. Io questa forza per arrivare al traguardo l’ho investita con tenace costanza. Sono una insegnante elementare di 33 anni di Spilamberto (Modena), sposata e madre di Emanuele, 7 anni, che all’improvviso ed in modo molto occasionale, scopre di avere un tumore epatico neuroendocrino. Oggi la parola tumore terrorizza sempre più, perché quando ti viene diagnosticato si pensa sempre e solo all’impossibilità di guarire e ai casi estremi. Invece no per me l’iter è stato lungo e tortuoso, ma alla fine siamo arrivati alla meta. Dico siamo, perché io ho lottato in questa vicenda assieme alla dottoressa Carmen Vendelli, gastroenterologa del reparto di Medicina II, che è stata l’artefice delle indicazioni positive da seguire, la persona della quale mi sono fidata. Da lei ho avuto chiarezza, serenità ed incoraggiamento, su di lei ho anche scaricato le mie paure e perplessità. Lungo il mio percorso ho trovato poi anche un centro specializzato a Colonia, in Germania, dove con un trapianto di fegato ho trovato la soluzione ai miei problemi. Trapianto, sì, è così che alla fine ho potuto dire “ora davvero è finita, ora davvero sto bene e sono sicura che un futuro,anche lungo, posso cominciare a riprogrammarlo”. Al trapianto sono arrivata dopo solo sei giorni di lista di attesa, che comunque erano bastati a caricarmi di ansia, vivendo sempre con il pensiero che lo squillo del telefono fosse solo per me. Dopo ho pensato a coloro che da questa attesa si vedono rubare i giorni, i mesi, a volte anche gli anni, senza riuscire più concretamente ad organizzare le proprie cose, perché la vita si affronta in funzione di una chiamata, dell’essere pronti psicologicamente a lasciare tutto e partire in qualsiasi momento ed ovunque ti trovi. Anche se l’Emilia Romagna è la prima regione in Italia con un numero elevato di potenziali donatori iscritti all’Aido, le donazioni non sono sufficienti a far fronte alle nostre lunghe liste d’attesa. Io sono iscritta a questa associazione da quando ho compiuto 18 anni: un gesto istintivo verso un’amica deceduta dopo un incidente in motorino. I suoi genitori ne donarono gli organi e tutti noi amici, senza forse capire fino in fondo l’importanza di una donazione,firmammo l’atto olografo dell’Aido. Una cosa della quale eravamo però certi era che la decisione di donare gli organi dopo la morte avrebbe potuto aiutare eventualmente gli altri. Non ci sfiorava minimamente l’idea che forse anche noi avremmo potuto essere un giorno un ipotetico ricevente. Poi sulla tua strada ti trovi ad affrontare anche questa realtà, un’esperienza estrema, che coinvolge tutta la persona fisicamente e psicologicamente. Dal momento del trapianto sono ormai trascorsi quattro mesi, sto bene, non ho nemmeno sofferto molto, sono tornata a casa dopo solo ventinove giorni di degenza ospedaliera, le mie condizioni generali sono buone e psicologicamente mi sono lasciata coinvolgere nuovamente dalla vita, dalla voglia di fare agli altri ciò che è stato fatto a me, diffondendo questo messaggio augurio. E per questo sto anche scrivendo un libro sulla mia esperienza. A tutti coloro che vivono questi momenti fatti di paura e incertezza consiglio di non lasciarsi prendere troppo da queste sensazioni che escono anche dalla pelle in certi momenti. Bisogna farcela, perché la vita è bella e dopo lo è ancora di più; potrò essere riconoscente e ringraziare dal più intimo del cuore il mio donatore, di cui non conosco l’identità, che con il suo atto d’amore mi ha fatto nascere di nuovo. Bisogna far tesoro di questi valori, del coraggio di chi è consapevole che in questa vita non si è da soli e che bisogna sempre cercare di fare qualcosa per aiutare chi soffre, anche dopo la morte, altrimenti inutile. A coloro che soffrono dono “un sorriso” che rende felice il cuore e che nel ricordo rimane a lungo. Se qualcuno vuole scrivermi, mandi una lettera al giornale, risponderò con piacere.
(Giovanna De Benedetto)
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