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Un’Associazione più aperta.

Numero 3, settembre 2011
La nostra Associazione è ormai talmente grande e radicata nel territorio che si può considerare ben rappresentativa della realtà sociale del nostro Paese. E se guardiamo a questa realtà dobbiamo riconoscere che, per diverse ragioni, i cambiamenti negli ultimi due o tre decenni sono stati profondi. Siamo gradualmente passati da una società sotto diversi aspetti omogenea, a un'articolazione di culture diverse che coesistono. Questo processo di crescita, in molti paesi già avviato da tempo, crea ovviamente difficoltà legate al fatto di dover accettare le differenze e il confronto. Non è un processo indolore: il disorientamento, la paura che la propria cultura ne verrà schiacciata, e quindi la paura della perdita di identità, possono portare a chiusure e diffidenze verso il diverso. Eppure la storia e la realtà attuale ci insegnano che i paesi con la maggiore capacità di adattamento al nuovo sono proprio quelli nei quali questo processo si è avviato da tempo. E che questo non significa la perdita di identità, ma una identità più ricca e articolata: mi riferisco per esempio agli Usa – nati proprio da un crogiolo di culture e tradizioni diverse – e dove tutto questo è talmente evidente e macroscopico da non lasciare dubbi. Un paese attraversato da profonde differenze (anche da enormi disuguaglianze, ma questa è un'altra storia), ma legato da un fortissimo senso di appartenenza: non ho mai visto tante bandiere alle porte delle case private!
Perché questa lunga premessa? Perché la sensazione è che dentro la nostra Associazione ancora oggi si faccia fatica ad accettare questa realtà articolata e disuguale, e si continui a pensare e ad agire come se il nostro Paese fosse rimasto agli anni '60 del '900. E questo sta creando, ogni giorno di più, problemi con associati che non si riconoscono nell'AIDO, che chiedono conto della neutralità di pensiero che pure è uno dei fondamenti del nostro statuto.
Mi riferisco alle numerose proteste che arrivano alla nostra sede nazionale da parte di persone che non solo non si sentono rispettate nella propria diversità ma che, pur condividendo gli scopi dell'Associazione, se ne sentono addirittura respinti. Non possiamo liquidare tutto ciò con una infastidita alzata di spalle: dobbiamo porci con attenzione il problema e affrontarlo con la serietà e il rispetto che merita. E se questo comporterà dover cambiare modalità consolidate da anni, ben venga: forse un'Associazione meno ingessata e più aperta potrà attirare di più proprio quei giovani di cui spesso parliamo nelle nostre riunioni. Ma anche questo è un argomento che merita un discorso a parte.
Cambiare come? Cominciando a pensare “allargato”. Se la salsicciata di autofinanziamento ha funzionato per anni, magari da ora potremmo affiancarla a una mangiata di polpette senza carne di maiale, e a una insalata gigante per chi la carne non la mangia. Attenzione, ho detto affiancarla, non sostituirla: non si tratta di rinunciare alla nostra cultura, ma di allargarla, di includere invece che escludere – o semplicemente ignorare. Ovviamente questo è un esempio che dobbiamo generalizzare: partecipiamo sì alla festa del partito politico nella piazza del nostro paese (non sprechiamo occasioni di presenza nel territorio!), ma poi dobbiamo essere disposti a farlo per tutti i partiti, anche per quelli di cui non condividiamo proprio il pensiero. E organizziamo pure la messa o la benedizione del vescovo – la chiesa cattolica è stata e deve continuare ad essere un nostro patner fondamentale – ma non facciamo coincidere il momento religioso con l'evento stesso, prevediamo un'articolazione di proposte nelle quali anche chi non segue il culto cattolico possa riconoscersi e non sentirsi escluso. Accettiamo, anzi ricerchiamo, occasioni di incontro all'interno delle parrocchie, ma poi cerchiamo di farlo anche con le altre realtà religiose, e non, del nostro territorio.
Proprio perché la mission della nostra Associazione è quella dell'attenzione e del rispetto dei diritti di chi soffre – chiunque esso sia - dobbiamo imparare a pensare “allargato”, a porci da punti di vista diversi dal nostro e considerare che il rispetto delle differenze, anche delle minoranze, deve diventare il punto distintivo della nostra AIDO.
(Mirella Mancuso, Vice Presidente Nazionale)
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