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L’altruismo e la socialità positiva umana.

Numero 2, giugno 2013
La ricchezza e complessità della vita sociale umana e l’assenza di rigide determinazioni comportamentali obbligano a considerare l’altruismo nel più vasto contesto della socialità umana; senza questa collocazione più ampia, che non limita l’analisi al vantaggio genetico, esso non può essere compreso. In specifico, l’altruismo va considerato nell’ambito della socialità positiva, cioè della capacità umana di stabilire rapporti costruttivi, e non solo oppositivi oppure strumentali, con i propri simili. Questo perché l’altruismo non è che un aspetto della più generale attitudine degli esseri umani a stabilire legami con gli altri, occuparsi di essi, comprendere che cosa essi provano, entrare in sintonia, costruire qualcosa importante insieme agli altri. Aiutare gli altri mettendo in secondo piano il proprio interesse è quello che tutti noi, in misura maggiore o minore, facciamo quotidianamente nei rapporti d’amore e d’amicizia, che non esisterebbero senza la disponibilità a rinunciare a qualcosa di sé a vantaggio degli altri. Crescere i figli, mantenere un legame d’amore o d’amicizia, lavorare insieme per un risultato importante: sono tutti obbiettivi che non possono essere raggiunti senza la capacità di andare verso gli altri e dare loro qualcosa di noi, della nostra disponibilità e del nostro tempo, sapendo che noi stessi non possiamo vivere al di fuori di questi rapporti. Ma anche nei confronti delle persone estranee siamo legati da fili molto stretti, benché meno visibili e più impersonali. Per esempio, quando prendiamo il treno o entriamo come pazienti in un ospedale, ci affidiamo a persone sconosciute, che talvolta non vedremo mai, dalle cui azioni responsabili e dal cui impegno professionale a nostro favore dipendono la nostra sicurezza e spesso la nostra stessa vita.
Per questo, nel parlare di altruismo, occorre sempre tenere conto della complessità delle relazioni che si stabiliscono sia all’interno della famiglia e del piccolo gruppo, sia della società più allargata. In queste relazioni l’altruismo non è spiegabile solo in termini di reciprocità diretta, riassumibile nella formula “io aiuto te e tu aiuterai me”. L’altruismo umano, nella grande maggioranza dei casi, chiama in causa la reciprocità indiretta: “io aiuto te e qualcun altro aiuterà me”. In realtà si tratta di una scommessa, sulla quale non vi è mai certezza. Essa è resa possibile sia dalle specifiche capacità cognitive umane, che permettono di andare oltre il presente e l’interazione faccia a faccia, grazie all’uso del linguaggio e dei simboli, sia dalla straordinaria ricchezza della vita sociale. Ne deriva che la relazione con l’altro non è spiegabile in termini di costi o benefici presenti o futuri, e tanto meno come secca alternativa tra perdita e guadagno, ma rimanda a un ricco intreccio di rappresentazioni e aspettative, sia individuali che sociali, all’interno di una cultura. Di conseguenza, l’azione altruistica può anche essere del tutto gratuita e priva di alcuna possibilità di reciprocità, come avviene in chi consapevolmente dà la propria vita a favore di un altro.
Silvia Bonino, “Altruisti per natura”, Laterza editore
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