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Il vero dono è la presenza.

Numero 4, dicembre 2013
Una riflessione su dono, una parola chiave oggi ridotta ad «atti che finiscono per non impegnare veramente niente e nessuno». La parola “dono” potrebbe apparire anacronistica nella società attuale. Potremmo infatti chiederci se c’è posto per il dono in una economia dominata dal mercato come quella di oggi, e ancora se la pratica del dono è possibile in una società che negli ultimi decenni si è configurata in maniera sempre più barbarica, seguendo la logica del do ut des. Siamo ancora consapevoli che il dono rappresenta un atto autentico di umanizzazione? E quanto dell’importanza e della bellezza del dono trasmettiamo alle nuove generazioni? Una lettura superficiale del presente potrebbe indurci a rispondere in modo negativo e pessimista a questi quesiti, pensando che non ci sia più spazio per il dono, ma solo per lo scambio utilitaristico, per la dissimulazione della gratuità per il proprio tornaconto. Ne sono un esempio i cosiddetti “aiuti umanitari”, una formula ipocrita e vergognosa a cui l’Occidente ricorre per nascondere in realtà azioni di guerra. È innegabile la presenza oggi di una banalizzazione del dono. Ciò accade anche nell'ambito cattolico: l’odierna pastorale della carità sembra infatti includere nell'idea di dono una serie di atti che finiscono per non impegnare veramente niente e nessuno. Basti pensare agli aiuti inviati agli abitanti di paesi lontani con gli sms: si tratta di una carità presbite, di un donare che non coinvolge il soggetto in prima persona, portato ad accorgersi del bisogno degli altri solo quando sono lontani. O ancora alle categorizzazioni che si fanno: si tende a fare una carità selettiva in base ai bisogni presenti, a pensare ai “poveri”, ai “malati”, ma non alle persone a cui donare e donarsi in quanto uomini e donne. Anche nella dimensione del volontariato la gratuità del dono si è in molte occasioni corrotta. Questo è accaduto quando a prendere il sopravvento sulla gratuità del dono è stato l’aspetto dell’organizzazione e della burocratizzazione di quest’ultimo. Ma nonostante le contingenze avverse della realtà in cui viviamo, la possibilità di donare continua a essere presente. L’essere umano è capace di donare in quanto capace di entrare in rapporto con l’altro. Donare è offrire ciò che si è, non ciò che si ha; farlo gratuitamente, senza preoccuparsi della risposta che proverrà da chi ci sta di fronte. Solo l’uomo è in grado di compiere questa azione perché ha in sé il sentimento dell’amore che gli permette di superare il concetto di dare in una mera logica di vendita, scambio o prestito. Da quello della parola – sigillo della fiducia negli altri-, a quello della vita spesa per il prossimo, il dono si attesta dunque come gesto eversivo per eccellenza, capace di innescare relazioni tra gli individui. Il dono di cui oggi c’è più bisogno è quello della presenza, che pone l’individuo a servizio dell’altro. Questo avviene nel momento in cui permettiamo all'altro di farsi nostro prossimo, accettiamo di coinvolgerci nella sua vita fino a diventare responsabili per essa. Per rendere tutto ciò possibile è necessario risvegliare la capacità di donare che ognuno di noi possiede. Di una logica del dono abbiamo necessità. Lo hanno capito in alcuni ambiti le istanze politiche, che hanno praticato vie di perdono – dono per eccellenza – e di riconciliazione per ridare futuro a intere popolazioni, come quelle del Sud Africa. Lo ha intuito chi afferma che senza una certa gratuità nemmeno l’economia di mercato potrà resistere. «Quello a cui siamo chiamati oggi per superare l’impasse in cui ci troviamo è tornare a promuovere la cultura del dono a partire dalle dimensioni etica e morale, ambiti più colpiti dalla crisi di questi decenni. Un dono che sia offerta della nostra presenza alla società, capace di innestare cammini verso una migliore convivenza e una maggiore umanizzazione.
Enzo Bianchi, priore di Bose
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