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14 novembre 1971: Donatori Organi di Bergamo

A 40 anni di distanza, ricordiamo questa data, con il racconto del suo fondatore, Giorgio Brumat

14/11/2011
Il 14 Novembre 1971 è una data importante per la diffusione di una nuova cultura: quella della donazione degli organi e tessuti e del trapianto. A Bergamo, su iniziativa di Giorgio Brumat e con la collaborazione di alcuni cittadini, che avevano intuito, da una parte la grande potenzialità della pratica dei trapianti, dall’altra le difficoltà che essa avrebbe incontrato, si costituì l’associazione “Donatori Organi Bergamo – DOB”. Ma nel giro di un anno, in seguito alle richieste che provenivano da tutta Italia, di dar vita a Sezioni Provinciali e Gruppi Comunali, da movimento locale si trasforma in Associazione Nazionale ( da DOB ad AIDO: 26 febbraio 1973), con un nuovo statuto e simbolo. A 40 anni di distanza, ricordiamo questa data, con il racconto del suo fondatore, Giorgio Brumat. 1970: come nacque l'idea e come si concretizzò Nella mia attività di collaboratore scientifico di una casa farmaceutica, periodicamente visitavo i medici dei vari reparti ospedalieri e ve n'era uno in particolare che visitavo malvolentieri: il centro dialisi. Vedere quei pazienti emaciati, dai volti tristi, sconsolati, legati ai reni artificiali per 11-12 ore al giorno (erano i tempi di dialisi nel '70) per 3 giorni alla settimana, mi provocava una tale angoscia da togliermi il respiro. Incominciai allora ad interessarmi al problema di questi ammalati; interpellai medici, chirurghi, consultai nefrologi, dializzatori, medici legali, biologi. Approfondii attraverso testi scientifici la conoscenza dell'argomento e dopo mesi e mesi di indagine, decisi che si doveva fare qualcosa di positivo e di concreto per le migliaia di pazienti costretti alla dialisi per sopravvivere. Allora, 1970-1971, in Italia, erano poco più di 4.000. Insufficienti erano i centri dialisi ed i nefropatia erano costretti a recarsi tre volte alla settimana, per sottoporsi alla terapia emodialitica, a centinaia di chilometri dalla propria abitazione. Da Torino a Udine, da Potenza a Napoli, da Bolzano a Verona. I dializzati non avevano un futuro certo se non nel trapianto. E il trapianto divenne il mio obiettivo. Dovevo fare qualcosa; la mia coscienza si ribellava nel vedere l'indifferenza, quasi totale, verso questi pazienti. Non si attivavano nuove strutture, non si prestava attenzione ai chirurghi che volevano rendere operanti i loro Centri di trapianto. Non si rendeva di dominio pubblico il disagio, la precarietà, il grido di dolore che si levava dai Centri dialisi. Casi pietosi, drammatici, decessi... viaggi della speranza all'estero, il più delle volte vani. No! Non era più possibile tacere, far finta di niente. Non potevo più ripetermi: «Ma non è un problema mio, ci debbono pensare i responsabili delle strutture sanitarie, coloro che reggono le sorti della Sanità pubblica». No! Dovevo fare qualcosa, costasse quel che costasse. E così feci. II prezzo fu altissimo, pesante. Persi quasi tutto: lavoro, famiglia, amici, ma nonostante ciò appagai la mia coscienza di uomo sano e libero che voleva a tutti i costi liberare altri uomini ammalati, dalla schiavitù di una macchina... il rene artificiale. Dopo aver raccolto dati, informazioni, notizie documentate, decisi di dar vita ad una associazione che avesse come finalità quella di sensibilizzare l'opinione pubblica al dono degli organi post-mortem, a scopo di trapianto terapeutico. Il primo passo doveva essere compiuto con l’appoggio di medici addetti ai lavori. E fu infatti uno dei tanti medici, da me subissato in precedenza da domande sull'argomento, il dr. Gianfranco Cavalli, che mi fece il nome del prof. Renato Cortinovis, della Clinica di Chirurgia dell'Università di Pavia, quale esperto sui trapianti renali. Lo interpellai immediatamente alla Casa di Cura San Pietro di Ponte San Pietro ove operava. Fu un felice incontro! Si entusiasmò della mia idea; arricchì il mio modesto bagaglio di nozioni e dichiarò la sua totale disponibilità a sostenermi nell'impresa. Mi suggerì di prendere contatto con un esperto medico legale, il prof. Alfredo Guarneri dell'Ospedale Maggiore di Bergamo che mi ricevette con estrema cortesia ed affabilità. Fu prodigo di consigli, mi fornì di documentazioni sulla legislazione allora vigente e mi suggerì estrema cautela, vista la delicatezza del problema. Offrì disponibilità ed ospitalità per eventuali incontri. Mi misi poi in contatto con il dr. Giuliano Mecca, Direttore del Centro dialisi dell'Ospedale Maggiore di Bergamo che accettò di collaborare con il gruppo di lavoro che stava prendendo corpo. E, per ultimi, contattai il dr. Guido Carminati, Presidente nazionale dell'AVIS ed il prof. Gian Battista Ferrara, biologo di chiarissima fama internazionale. Il dado era tratto! Il supporto scientifico che questi eminenti medici avrebbero potuto offrire alla nascente Associazione era di gran lunga superiore ad ogni mia aspettativa. La sede dei convegni del «gruppo di lavoro» fu lo studio del prof. Guarneri, presso l'Ospedale di Bergamo. Tutte le riunioni erano coperte da prudente riserbo, perché era desiderio comune che i lavori non subissero rallentamenti a causa di interferenze esterne. Le nozioni scientifiche, legali e mediche fornitemi dai cinque esperti, furono tanto esaurienti da consentirmi di affrontare i temi dei trapianti con adeguata preparazione. Completata quella che ritenevo la parte più importante della futura associazione e cioè l'informazione corretta dei problemi medico-legali del trapianto, dovevo predisporre il programma organizzativo. Il dr. Carminati mi assicurò che, attraverso l'AVIS, avrei potuto diffondere e propagandare le finalità della nuova associazione. Il tempo però correva veloce e tutto il peso dell'organizzazione era sulle mie spalle. Dovevo ad ogni costo trovare dei collaboratori. Interpellai amici, conoscenti ma senza esito. Anzi venni definito «un povero illuso», un «idealista fanatico», un «novello Don Chisciotte». Non mi persi d'animo e aspettai l'occasione favorevole. Era già luglio del 1971 e la fatalità volle che venissi invitato dal Parroco del Monterosso, quartiere periferico di Bergamo ove abitavo e tuttora abito, ad una riunione del Consiglio Parrocchiale per il programma dei festeggiamenti in occasione della consacrazione della nuova Chiesa del Quartiere. Intervenni senza supporre che in quella sede sarebbe maturato e avrebbe preso corpo il mio progetto. Fu per un istintivo moto di dissociazione a certi suggerimenti ricreativi, quale corollario festoso e popolare nel giorno della consacrazione, come la corsa nei sacchi, I'albero della cuccagna, la corsa campestre, che interruppi questa sequela di proposte, suggerendo ciò che mi sembrava più consono e più coerente con la sacralità della cerimonia. «Perché non manifestare più cristianamente la gioia dei parrocchiani con un atto di solidarietà, andando tutti, il giorno della consacrazione a donare il sangue? Perche non dar vita all' Associazione Donatori d'organi?». L' idea piacque a buona parte dei presenti, primo fra tutti il Parroco don Giovanni Bonanomi che offrì la sua disponibilità alla quale altri si associarono. Finalmente potevo contare su presumibili collaboratori. Mi misi in contatto con un gruppo di giovani che conoscevo bene perché li stavo preparando per una serata di recitazione di poesie religiose. La risposta fu entusiastica. Erano disponibili sia a donare il sangue che a donare gli organi. Fu una gara commovente: quasi 100 ragazzi si presentarono spontaneamente o sollecitati dai più attivi, per aderire ad una o a tutt'e due le iniziative. Alcuni di questi, pur di poter donare il sangue, dichiararono d'essere maggiorenni. Ce ne accorgemmo per fortuna in tempo. Li lodammo per la loro generosità. II giorno della consacrazione del Tempio (18 set¬tembre 1971), 120 ragazzi e qualche adulto fecero, presso il Centro di raccolta dell'AVIS, la loro prima donazione di sangue, concretizzando cosi la costituzione del Gruppo AVIS del Monterosso. 11 primo passo verso la creazione della nuova associazione donatori organi era compiuto; avevo i primi donatori di tessuto del Quartiere, ora dovevo raccogliere i primi donatori di organi. Non fu difficile: 87 persone aderirono immediatamente. Avevo già deciso quale sarebbe stata la denominazione. La proposi agli iscritti che l'accettarono all'unanimità: si sarebbe chiamata DOB - Donatori Organi di Bergamo.Stilai una bozza di statuto, predisposi le prime circolari informative e suggerii ad una nostra iscritta, Anna Dentella, esperta disegnatrice, le indicazioni per la realizzazione dello stemma associativo. Ai primi di novembre la Sede provvisoria della DOB era già operante presso il mio domicilio e tutto era pronto per ufficializzare il battesimo dell'Associazione. Le prime tessere associative sul frontespizio, sopra il simbolo DOB, recavano anche quello dell'AVIS. II dr. Carminati ed io concordammo questo abbinamento d' immagine per poter più facilmente ottenere adesioni e consensi fra i donatori di sangue della Bergamasca. Il 14 novembre 1971 presso la Sede provinciale dell'AVIS di Bergamo, venne ufficializzata Ia costituzione dell'Associazione Donatori Organi di Bergamo - DOB. In allegato il testo completo del racconto.
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