indietro

«Ho vinto l'Ironman 70.3, dopo un trapianto e con un rene solo»

Paolo Castelfranato, 39 anni, si è cimentato in questo triathlon estremo che prevede 1,9 chilometri a nuoto, 90 in bicicletta, 21,1 di corsa.

08/07/2016

Si è aggiudicato la medaglia perché «i limiti sono solo nella nostra testa». Ha sofferto della sindrome di Alport

LA STORIA
Addominali scolpiti, gambe scattanti, fiato da vendere, mai più di 50 battiti al minuto a riposo: una sorta di Hulk in carne e ossa, che però, oltre ai muscoli, ha anche la testa e il cuore. È Paolo Castelfranato, 39 anni, autista del 118 a Mirandola, che, trapiantato e con un rene solo, lo scorso giugno a Pescara ha conquistato la medaglia nella gara di Ironman 70.3, un triathlon che prevede 1,9 chilometri a nuoto in mare, 90 in bicicletta, 21,1 di corsa. Uno dopo l'altro, senza soste. È la seconda persona al mondo che, dopo un trapianto, si cimenta in questa sfida estrema, nata nel 1978 alle Hawaii, dall'idea (così narra la leggenda) di tre marines ubriachi.

La sindrome che mette ko i reni
Paolo si accorge che qualcosa non va intorno ai 18 anni, durante la visita militare: la sua pressione è alle stelle e, nonostante le medicine, i parametri non migliorano. Dopo varie visite e consulti («A volte la medicina ha tempi geologici»), la diagnosi: sindrome di Alport, una grave malattia ereditaria e progressiva che mette ko i reni. Nel giro di un paio di anni le condizioni di Paolo precipitano, costringendolo alla dialisi: «Quattro volte alla settimana in ospedale con un grosso ago infilato nel braccio», ricorda. Per non parlare delle limitazioni di quel periodo: niente anguria né melone in estate, zero alcol, pochissimo sale, attenzione al caldo, controllo costante del peso e della pressione.

Un trapianto per aggrapparsi alla vita
Dopo anni in lista di attesa, la svolta arriva nel 2005. Il telefono di Paolo squilla, è il Centro trapianti de L'Aquila: «È arrivato un rene per lei... Venga subito». Seguono il ricovero, l'intervento, le dimissioni, i farmaci antirigetto e tanto cortisone. Solo in seguito Paolo saprà che l'organo che lo ha tenuto aggrappato alla vita era di Luigi, un ragazzo di 17 anni morto in un incidente stradale. «In quel momento ho deciso che dovevo vivere anche per lui - racconta -, così ho cominciato ad allenarmi e non mi sono più fermato». Paolo nuota nel lago di Garda, pedala lungo gli argini dei fiumi, corre per le viuzze della Bassa Modenese. Affronta le curve, le salite. Sotto il sole cocente, in mezzo alla nebbia, con la pioggia scrosciante. Partecipa a cinque maratone e a due gare ciclistiche. Poi decide, con il supporto degli allenatori Ignazio Antonacci e Claudia Gnudi, di affrontare la vera sfida: la competizione Ironman, fatta appunto per un "uomo d'acciaio". «Non volevo battere gli avversari, ma sfidare me stesso - spiega - e dimostrare a tutti che i limiti sono solo nella nostra testa».

Una medaglia simbolo di speranza
Dopo un anno di intenso allenamento («La sveglia suonava alle 4 ogni mattina»), arriva domenica 12 giugno. Paolo, insieme con altre centinaia di atleti, è pronto. Mezzogiorno in punto: bang, si parte! Lui, che ha qualcosa in meno degli altri ma forse anche qualcosa in più, affronta le onde e mangia la polvere dell'asfalto, guadagnandosi il traguardo chilometro dopo chilometro. Alla fine ce la fa: termina il percorso in sei ore e mezza (la squalifica scatta dopo otto ore). Quando stringe tra le mani la medaglia, dichiara: «Voglio dare un messaggio di speranza a tutti i trapiantati e a chi attende un trapianto. E voglio dire anche che la donazione degli organi è vita, e io ne sono la testimonianza». Nella mente, Paolo ha già un'altra sfida: la gara Ironman con distanze doppie, nel 2019 a Lanzarote. Proprio come un Hulk in carne e ossa, che, guidato dalla testa e dal cuore, non si arrende e sogna già il prossimo traguardo.

(Paola Arosio, Corriere.it)

torna su