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"QUEL GIORNO PREGAI, ORA SPERO NELLE STAMINALI"

Joseph Murray : «Se avessimo fallito, la medicina sarebbe tornata indietro di anni, forse di decenni»

21/12/2004
«Decisi di intraprendere questo mestiere all’età di quattro anni. Volevo salvare vite umane e sono felice di esserci riuscito, perché aiutare il prossimo è l’opera più nobile che esista». Parla Joseph E. Murray, l’85enne dottore di Boston e premio Nobel per la medicina che il 23 dicembre 1954 effettuò il primo trapianto riuscito di organi presso il Peter Bent Brigham Hospital di Boston (oggi il Brigham and Women’s Hospital). Quel giorno Ronald Herrick, di Belgrade, nel Maine, donò un rene al fratello gemello Richard che si trovava in fin di vita per una nefrite cronica. Professor Murray, era consapevole, mezzo secolo fa, del fatto che stava per apportare una svolta decisiva alla storia della medicina? «Sapevamo quanto fosse importante quell’operazione e intuivamo che, se avessimo fallito, avremmo catapultato la scienza dei trapianti indietro di anni, forse decenni. Ma non avremmo mai potuto immaginare un boom tanto colossale». Che cosa ha provato quel giorno? «Ciò che ho sentito tutta la vita, recandomi al lavoro. Né più né meno. Tutti i dottori salvano vite, in una maniera o nell’altra. Chi opera un individuo con l’appendicite acuta non è meno nobile o bravo di me. Ogni giorno incontro dozzine di giovani medici idealisti che hanno scelto questo mestiere solo per aiutare il prossimo, dai Paesi del Terzo mondo alle povere strade dei nostri ghetti». E’ stata la fortuna o il caso a farla trovare nel posto giusto al momento giusto? «Nessuno dei due. Il nostro è stato uno sforzo collettivo, possibile grazie alla dedizione e al duro lavoro di un’ampia squadra di patologi, medici, anestesisti, infermiere, assistenti sociali. Io ero solo un anello di questa catena». Aveva paura di sbagliare? «Un dottore non ha mai paura, se è preparato. Prima d’allora avevo effettuato molti trapianti su diversi tipi d’animali e sapevo che l’operazione era possibile. Ci eravamo addestrati a risolvere qualsiasi scoglio ci fosse capitato. Non è stata fortuna: eravamo preparatissimi». E’ vero che la sera prima dell’intervento si inginocchiò a pregare? «Era la vigilia di Natale, un giorno da sempre molto importante e simbolico per me, cattolico praticante. Mia moglie e i miei figli s’inginocchiarono a pregare con me». Era destino che l’America arrivasse prima degli altri? «No. Mezzo secolo fa c’erano équipe formidabili che lavoravano allo stesso traguardo a Parigi, in Scozia, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Noi siamo arrivati primi perché avevamo l’appoggio di tutto l’ospedale, oltreché dell’Harvard Medical School al completo». Quanti trapianti ha effettuato nella sua carriera? «Diverse centinaia. Una delle mie prime pazienti, negli anni ’60, era italiana, la moglie di Piero Negri, allora capo del colosso Union Carbide. L’operazione fu un enorme successo e da allora diventammo molto amici. Quando lei morì, 22 anni dopo l’intervento, nel suo testamento lasciò a mia moglie il suo abito preferito». Di cosa si occupa oggi? «Ufficialmente sono in pensione. Ma anche se non indosso più i guanti chirurgici, continuo a essere attivo alla Harvard Medical School e all’Ospedale, dove insegno agli aspiranti medici». Qual è la nuova frontiera dei trapianti? «Grazie alla ricerca sulle cellule staminali embrionali un giorno saremo in grado di "coltivare" nuovi organi, progettando e costruendo tessuti su misura, che allungheranno la vita degli individui». Molti politici anti-abortisti, non solo in Usa, criticano questa ricerca come «immorale». «E’ un po’ come l’energia atomica: può essere buona o cattiva, salvare vite o fare catastrofi, a seconda di come viene utilizzata. Non si può fermare la curiosità umana solo per paura, seguendo questo principio l’uomo non sarebbe mai arrivato a volare. Parlo da cattolico credente. Mio padre era irlandese, la famiglia di mia madre emigrò dalla Campania ai tempi di Garibaldi». E’ stato contento di vincere il Nobel, nel 1990? «Sì e no. Avevo già avuto una vita meravigliosa. Mia moglie, una musicista che parla sette lingue tra cui l’italiano, mi aveva regalato sei figli e 17 nipoti. Avevo già tutto ciò che un uomo può sognare e quel Nobel, che non ho mai cercato, è stato come la ciliegina sulla torta. Mi ha permesso di incontrare gente straordinaria come Rita Levi Montalcini, diventare Membro della prestigiosa Accademia Pontificia di Scienza e visitare regolarmente il Vaticano». (Alessandra Farkas , Corriere della Sera)
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