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2020: L’ORGANO PRET-A’-PORTER

Quale futuro ci darà la scienza? La rivista QUARK lo ha immaginato con dieci copertine scoop che un domani potrebbe pubblicare. Ecco quella sul cuore clonato.

30/01/2005
Un cuore di ricambio, costruito in laboratorio a partire da cellule staminali dello stesso paziente. Ma soprattutto un organo sicuro al 100%, perché spazzerà via i problemi di rigetto. Ad annunciare questo incredibile risultato, che fino a pochi decenni fa sembrava fantascienza, sono stati i ricercatori del consorzio Coreup, che riunisce i migliori centri europei. Proprio dall’Europa, dall’Istituto universitario di Fisiologia di Colonia, in Germania, nel 2004 erano scaturiti i primi risultati che hanno mostrato la possibilità di produrre organi “su misura” per trapianti. I ricercatori tedeschi sono stati infatti i primi a ottenere, 15 anni fa, un agglomerato di precursori di cellule cardiache capaci di contrarsi ritmicamente proprio come fanno le fibre muscolari del cuore. L’obiettivo allora era quello di ottenere cellule sane da trapiantare nei pazienti colpiti da infarto per "sostituire" quelle danneggiate. E’ stata questa la prima, eccezionale prova che le “cellule jolly” dell’organismo, le staminali appunto, potevano crescere e trasformarsi in cellule del cuore. Poi la ricerca ha bruciato le tappe anticipando anche le più ottimistiche previsioni. Antonio Musarò, dell’Università di Roma La Sapienza, nel 2004 spiegava: “Oggi è possibile ottenere in laboratorio tessuti per i trapianti di pelle o di retina, partendo da cellule staminali opportunamente indirizzate. Sono fiduciosi che nel giro di una cinquantina d’anni, si possa arrivare anche a organi più complessi, come il cuore”. Nel 2004 mancavano ancora diversi tasselli per pensare di costruire un cuore nuovo: si sapeva che le staminali possono formare cellule del tessuto cardiaco e dei vasi sanguigni, ma restava da capire come insegnare loro a creare la struttura tridimensionale del cuore e a svolgere la funzione specifica all’interno dell’organo. “Tutto questo sarà possibile”, continuava Musarò, “quando nei laboratori di ricerca biologi, chimici, medici e ingegneri metteranno insieme le loro esperienze tecnico-scientifiche e collaboreranno per realizzare tessuti e organi bioartificiali”. Già allora alcuni gruppi, come quello guidato da Joseph Vacanti, della Harvard Medical School di Boston, negli Usa, studiavano sottili supporti di polimeri, cioè materiali particolari che facessero da impalcatura su cui far crescere le cellule e dare loro la struttura desiderata. (Barbara Paltrinieri, Quark n. 48, 2005)
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