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A Padova trapianto di cuore numero mille

In piena emergenza coronavirus

20/04/2020

A Padova nel 1985 avveniva il primo trapianto di cuore. E proprio in questi giorni l'azienda ospedaliera della città festeggia l'intervento numero mille. “Abbiamo tagliato questo traguardo in piena emergenza coronavirus” ha annunciato il direttore generale Luciano Flor. “In altre occasioni avremmo festeggiato in modo diverso, ma vogliamo far sapere che il nostro ospedale sta garantendo anche le cure più complicate. Per un trapianto, infatti, occorre mobilitare un ospedale intero. Nonostante il coronavirus continuiamo a fare circa 180 interventi chirurgici al giorno”.

Il primo trapianto di cuore è stato eseguito a Padova nel 1985. Nella notte tra il 13 e il 14 novembre il cardiochirurgo Vincenzo Gallucci impiantò un cuore nuovo al “paziente zero” d'Italia, Ilario Lazzari, falegname 38enne di Vigonovo in provincia di Venezia. L'uomo morirà 7 anni dopo di Aids, infezione contratta con una trasfusione di sangue infetto. Il donatore era un ragazzo di 18 anni morto in un incidente stradale. “Rendersi conto dell'eredità raccolta in tanti anni di lavoro è stato emozionante, per noi è un grosso riconoscimento” ha detto Gino Gerosa, direttore del centro di cardiochirurgia “Gallucci” dell'Azienda ospedaliera di Padova, che ha guidato l'équipe del trapianto numero mille. Il paziente è un uomo sopra i 50 anni, che sopravviveva grazie a un supporto meccanico. Donatore e ricevente erano entrambi negativi al coronavirus, quindi l'équipe ha potuto intervenire senza le protezioni che si rendono necessarie quando c'è una situazione di dubbio. “E' stato un intervento complesso, che ha richiesto alcune ore di lavoro” ha aggiunto Gerosa. “Ora seguiremo il decorso post-operatorio per valutare l'adattamento del cuore trapiantato”.

Se a Padova si è raggiunto un traguardo simbolico, sono molti gli ospedali che proseguono la loro attività di trapianto nonostante la bufera Covid e il calo temporaneo delle donazioni. Dall'inizio dell'emergenza, fa sapere il Centro Nazionale Trapianti, le donazioni sono state 127, contro le 166 dello stesso periodo dello scorso anno (27 febbraio-16 aprile). La diminuzione è stata del 23,5%: inevitabile data la situazione complessa delle terapie intensive che sono i luoghi in cui si può procedere all'eventuale donazione di organi dopo l'accertamento di morte.

Contemporaneamente a Padova, anche il Niguarda di Milano ha effettuato un trapianto di cuore su un 51enne in gravissime condizioni. Sei trapianti di vari organi nelle ultime due settimane all'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e sette trapianti di rene dall'inizio dell'epidemia al Niguarda di Milano. Sorprendentemente, uno studio dell'Istituto Tumori di Milano pubblicato su Lancet ha osservato che i farmaci per l'immunosoppressione necessari dopo il trapianto non aumentano il rischio di contrarre il coronavirus e di ammalarsi in modo grave. “I pazienti sottoposti a trapianto devono assumere per tutta la vita, a dosi più o meno elevate, farmaci immunosoppressori che riducono le difese immunitarie” commenta Vincenzo Mazzaferro, coordinatore dello studio. “Sembra un paradosso, ma avere un sistema immunitario meno attivo, come quello generato dai farmaci immunosoppressori, pare determini una risposta più contenuta al coronavirus e dunque un decorso della malattia meno severo.

(Repubblica.it)

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