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ACCORCIARE IL PERIODO DI "ISCHEMIA FREDDA" RIDUCE IL RISCHIO RIGETTO

I primi risultati di uno studio che coinvolge 182 Centri trapianto in 5 nazioni. Sotto osservazione 30.000 trapianti di rene ed alcune migliaia di fegato.

21/05/2004
Accorciare il piu' possibile il tempo che intercorre tra il prelievo di un organo e il trapianto diminuisce drasticamente il rischio di rigetto del nuovo organo. A dimostrarlo sono vari studi americani ed alcune ricerche europee presentati all'American Transplant Congress di Boston, come ha sottolineato il nefrologo e responsabile trapianti rene all'Ospedale Careggi di Firenze, Maurizio Salvadori. Le basi del rigetto infatti, ha affermato l'esperto, si determinano in gran parte proprio in questo tempo di attesa, definito 'periodo di ischemia fredda'. Ma cosa succede con esattezza? "Quando l'organo, ad esempio un rene, e' stato prelevato e si trova al di fuori del corpo - spiega Salvadori - e', comunque, in uno stato di sofferenza. A questo punto, vengono liberate dallo stesso organo delle sostanze particolari, di tipo proteico, che vanno a stimolare alcune cellule del rene". Queste molecole, ha proseguito l'esperto, "inviano in qualche modo dei segnali alle cellule, avvertendole di una situazione 'estranea'; sottoposte a tali sollecitazioni, le cellule dell'organo si irritano e pongono cosi' le basi per un rigetto una volta che l'organo sara' trapiantato". Fondamentale, dunque, e' ridurre al massimo il cosiddetto tempo di ischemia fredda, ma l'obiettivo, ha rilevato Salvadori, "e' anche quello di riuscire a bloccare questa sorta di comunicazione che si attiva tra le molecole e le cellule dell'organo". Su quest'ultimo fronte, ha sottolineato, "alcuni farmaci mirati, che agiscono appunto su tali molecole impedendo la comunicazione con le cellule, sono stati sperimentati su modelli animali". I risultati, secondo Salvadori, "sono promettenti, tanto che farmaci per l'uomo - ha detto - potrebbero essere messi a punto nell'arco dei prossimi 4-5 anni". Insomma, "il concetto - e' il commento dell'esperto - e' che piu' si aspetta e peggio e', in quanto le basi del rigetto si creano gia' nel periodo dell'attesa per il trapianto. Dunque, minore e' il tempo di attesa, minore e' il rischio di rigetto, e questo vale per tutti gli organi". Una condizione, quindi, che riguarda il trapianto di cuore, fegato e polmone, per i quali pero', ha precisato Salvadori, "i tempi per il trapianto devono gia' necessariamente essere molto brevi e non superare le 12 ore". Ma gli studi hanno dimostrato che anche per il rene, che solitamente puo' essere trapiantato con tempi piu' lunghi e fino alle 48 ore, la riduzione del periodo di ischemia fredda riduce il rischio di rigetto. Evidenze in tal senso arrivano inoltre da uno studio osservazionale, ha aggiunto il nefrologo, il cui obiettivo e' evidenziare l'andamento dei trapianti nel tempo, identificando quali sono i fattori di rischio per il deterioramento dell'organo trapiantato. Lo studio, di cui Salvadori e' il referente per l'Italia, coinvolge 182 Centri trapianto in 5 nazioni e il gruppo di studio e' coordinato da dieci referenti dei paesi principali. Sotto osservazione sono 30.000 trapianti di rene ed alcune migliaia di fegato. I primi risultati, a tre anni dal suo avvio, ha concluso Salvadori, "dimostrano appunto come, nel caso del rene, tra i principali fattori di deterioramento vi siano proprio l'avanzata eta' del donatore, il rigetto acuto nei primi mesi ed il periodo di ischemia fredda". (ANSA).
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