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Addio a Ugo Riccarelli,
uomo coraggioso e ottimista.

Un grande amico di A.I.D.O.

23/07/2013
Domenica scora è morto Ugo Riccarelli, dopo una vita densa di successi letterari. Aveva 59 anni e conclusa la parentesi all'ufficio stampa del Comune di Pisa si era trasferito a Roma inizialmente nello staff del sindaco Veltroni, poi nell'organico del teatro di Roma. Dopo aver vinto il premio Strega nel 2004 con «Il dolore perfetto» non ce l'ha fatta a cogliere l'altro risultato a cui teneva: il «Campiello», per il quale era stato inserito nella rosa dei prossimi finalisti con «L'amore graffia il mondo», scelto anche per concorrere all'edizione 2013 del «Grinzane Cavour». Era nato con una malformazione congenita ai polmoni, che lo costringeva a una respirazione sempre più faticosa e affannosa, che non gli impedì di avere la vita che aveva scelto: lo studio, il lavoro, il matrimonio, una figlia, ma che lo costrinse, alla fine degli anni Ottanta, a non poter più rinviare un appuntamento che era la sua unica possibilità di sopravvivere: il trapianto. Si mise in fila. Visse l'ultima attesa di quel trapianto come se fosse appeso a una parete - così la raccontò nel suo primo libro “Le scarpe appese al cuore” (Feltrinelli Editore e poi Mondadori) dove altri come lui aspettavano. Ogni tanto qualcuno cadeva. Lui fu capace di rimanere tenacemente, rabbiosamente, aggrappato a quella parete fino a quando, aveva 35 anni, non fu sottoposto a Londra dal prof. Yacoub, al doppio trapianto di cuore e polmoni. «Mi hanno cambiato tutto lo chassis, perché i polmoni non si possono staccare dal cuore», spiegava. Ma il cuore si può staccare dai polmoni e, infatti, il suo che era in ottime condizioni fu donato a una signora inglese. La sorte volle quindi che Ugo Riccarelli sia stato forse l'unica persona al mondo ad essere ricevente e donatore “due cuori che battevano”. Fece di tutto per conoscere quella signora, ma lei non volle. «Peccato, era la donna del mio cuore» commentò. Era sottile e spiritoso, Ugo. Negli ultimi anni un nuovo male lo costrinse a estenuanti e sempre più frequenti sedute di dialisi. Ma questo non gli ha mai impedito di continuare a scrivere e girare per presentare i suoi libri e per rispondere agli inviti che gli arrivavano da tutta Europa e oltre. Nel 2011 scrisse il saggio-reportage sul mondo dei trapianti in Italia “Ricucire la vita” (Piemme): «Sarò sincero: io questo libro non l'avrei mai scritto. Voglio dire che, se non fossero intervenute considerazioni, fatti, circostanze, persone, non mi sarei messo a scrivere attorno a un argomento al quale ho dedicato il primo libro che ho pubblicato». E quei fatti e persone furono, nello specifico, l'istituto d'eccellenza ISMETT di Palermo, del quale il libro gli diede modo di raccontare la paura e l'epica di ogni giorno di medici, familiari, pazienti, e soprattutto di «svelare» ricerche e scoperte «buone» nel deserto di una sanità «cattiva», consegnandole alle speranze di tanti malati e di tanti sani che avrebbe voluto convertire alla cultura del dono degli organi. Ricorderemo Ugo come persona discreta, gentile e attaccata alla vita. Un grande amico di A.I.D.O., sempre disponibile a partecipare ad incontri con la gente sul tema della donazione di organi. La riflessione di Ugo per il pieghevole “Condividiamo” “Un trapianto è un’occasione di vita, un modo per dare un’opportunità a chi, altrimenti, sarebbe condannato alla malattia o alla morte. E per far questo, il trapianto agisce come una vera e propria catena, che non può realizzarsi se non pone, come suo primo anello, quel gesto di grande senso civile qual è la donazione di organi. Arrivati alla fine della propria vita, nel momento più triste e più tragico, la donazione diventa così, insieme, un gesto di riscatto e di grande generosità. Una vera e propria staffetta nella quale viene passato e trasmesso il testimone della vita. Da quindici anni io vivo grazie a un trapianto di cuore e polmoni. Lavoro, cammino, incontro gente, viaggio, compio tutti quei gesti semplici e preziosi che sono la vita di tutti. Questo è stato possibile grazie alla volontà di una persona il cui ricordo porterò sempre con me, come uno stimolo per vivere con forza e felicità l’opportunità che mi è stata regalata.” Dal Libro “Ricucire la vita”- Piemme edizioni Rigettare Io credo nelle storie. Credo che le storie di ognuno di noi segnino e producano il nostro corpo. Ogni amore vissuto o perso, ogni notte di veglia, ogni raggio di luce che ci ha colpito, ogni gioia che ci ha esaltato. Ogni nostra piccola meschinità o grande slancio. Tutto quanto ci racconta e non dovremo mai allontanare da noi. Mentre aspettavo l'arrivo di un organo che mi aiutasse a continuare a vivere, scrissi sul quaderno che avevo con me, mio unico salvagente tra il mare in burrasca dell'Harefield Hospital: «Quella volta che ho rincorso l’ autobus, quando ho guidato il camper con la febbre, tutte le volte che ho fatto l'autostop sotto la pioggia, ogni giorno che ha piovuto, ogni giorno di nebbia, ogni vento, tutte le assemblee, le riunioni nei cinema affumicati, tutti i bar, ogni volta che ho avviato quel dannato motorino i bagni, i bagni al mare, il mare, la notte che ho amato chi so io, il Monte Rosa, quando sono rotolato nel campo di erba, ogni volta che ho nascosto il mio fiatare aspro, ogni colpo di tosse, ogni salto del mio cuor, ogni respiro che ho perso». Questo mettere in fila le parole per raccontare me a me stesso, mi ha aiutato a rimanere aggrappato al tempo dell'attesa, a non disperdere quello che in quel momento ero, e poter mettere un punto fermo sul quale appoggiarmi per finalmente essere quello che poi sono stato. Scrivono ancora Aldo Becce e Laura Porta: «Per fare uno spazio al cuore nuovo, si deve preparare medicalmente la sede. C è una tecnica chirurgica che come con gli alberi, prepara la terra dove si effettuerà il trapianto. Nello stesso modo, psicologicamente, si prepara il soggetto ad accettare questo dono. Perché il cuore trapiantato è anche un intruso, uno straniero dentro, un dono che da una parte bisogna preservare e da un’altra da cui difendersi. In questo senso bisogna ricordare che anche il cavallo di Troia era un dono». Intanto, di questa analisi, mi colpisce il riferimento “agricolo”, alla preparazione della terra. Da qualche mese ho acquistato un piccolo oliveto e ho avuto occasione di fare un' esperienza diretta che, lo scrivo sorridendo, mi ha ricordato la mia vicenda di trapiantato. Perché affinché un nuovo albero attecchisca, si adatti al nuovo posto, cresca e viva, non è sufficiente fare un buco e inserirvelo, ma è necessario considerare il luogo, la distanza dalle altre piante, l'esposizione al sole, il momento dell'impianto, l'umidità della terra e la sua giusta concimatura; e poi, aggiungo, il nostro sguardo, la nostra cura, il rapporto che comunque si instaura con il nuovo arrivo. Così come per l'oliveto, credo sia necessario “preparare” il corpo del trapianto proprio come un terreno, con le stesse premure e le stesse necessità, con la considerazione del mutamento che sta per avvenire. Con le nostre storie. La guarigione, la vita nuova, non è qualcosa che arriva di botto, grazie a un interruttore che si commuta. È qualcosa che, come abbiamo detto prima, è un misto di concretezza tecnica e di metafora, di farmaci e di paure, di chimica e di emozione. Di scienza e di nuvole Proprio come per il mio oliveto, affinché il nuovo organo si adatti e viva, bisogna preparare il terreno prima che i chirurghi ve lo impiantino e in qualche modo, bisogna cominciare a guarire prima di guarire. E poi, lo abbiamo già detto, la presenza di un corpo estraneo dentro al nostro corpo (un cavallo di Troia?), ci mette in una situazione di doppia estraneità: per il corpo estraneo che il nostro organismo vuole attaccare e per il risultato delle terapie immunosoppressive che, per assicurarci una possibilità di vita, alterano la nostra specificità immunitaria. Tutto si gioca qui, in questo balletto sul filo di un'identità profonda, originaria, un balletto nel quale, una volta trapiantati, siamo chiamati a un ruolo “innaturale", a un tentativo continuo di avvicinamento all'intruso che non si compie mai fino in fondo poiché l'immunosoppressione procurata dai farmaci produce e riproduce senza sosta questa “anomalia”. E poiché, come afferma ancora Nancy, il mio organo malato che necessiterà di sostituzione comporta il bisogno di “essere espulso”, esso stesso è già un intruso, e la possibilità della mia sopravvivenza, della mia futura vita, non dipende solo e soltanto dalla morte dell'altro, ma anche soprattutto dalla propria.
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