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Ahmed, il bambino che salvò 6 israeliani

In una cruenta sparatoria tra soldati israeliani e combattenti palestinesi Ahmed viene colpito da un proiettile alla testa.

20/09/2009
3 Novembre 2005, ore 10 del mattino, Jenin, Cisgiordania: Ahmed Kathib ha undici anni. Con il cugino e il fratello si sta recando a comprare un vestito nuovo per festeggiare la fine del Ramadan. Sono nei pressi dell’ospedale all’interno del locale campo profughi quando una fitta raffica di proiettili echeggia nell’aria: è in corso una cruenta sparatoria tra soldati israeliani e combattenti palestinesi rintanati nella palazzina di fronte. I bambini scappano, meno Ahmed: un proiettile l’ha colpito alla testa e giace al suolo, in fin di vita. Viene trasportato immediatamente all’ospedale cittadino, poi a quello di Haifa, in Israele, dove il padre Ismael veglia sul corpo per tre lunghi giorni, dopodiché i medici ne dichiarano il decesso clinico. Mentre fuori monta la polemica - i soldati israeliani sostengono che aveva in mano un fucile di plastica, che credevano fosse armato, che il loro era solo fuoco d’avvertimento, che non si può dire se la pallottola provenisse da loro o dal campo avverso; i palestinesi affermano che fosse un proiettile mirato, che il fuoco d’avvertimento non può colpire un bambino alto poco più di un metro - il padre Ismael prende una decisione che nessuno si sarebbe mai aspettato: gli organi di Ahmed saranno donati a chi ne avrà bisogno, palestinese o israeliano che sia. “L’Islam – spiega il padre del ragazzo ucciso –, Allah, c’insegna che il nostro compito è quello di salvare delle vite, non di uccidere. Non importa quale sia la loro provenienza o fede religiosa”. Le parole del giovane padre suonarono come un insegnamento ai leader dei due popoli, una possibilità di riapertura del dialogo interrotto dalla crudeltà della guerra: “Qualche giorno dopo la morte di Ahmed,” racconta Ismael, il ritratto del figlio affisso sulla parete retrostante, “ricevetti una telefonata da Ehud Olmert, allora ministro delle Finanze nel governo Sharon, il quale mi ringraziò e promise che mio figlio sarebbe stato ‘l’ultimo bimbo a morire in questa guerra’”. Oggi Ismael dirige il Cuneo Center for Peace, un’associazione finanziata dall’omonima città piemontese e finalizzata all’educazione dei giovani di Jenin nell’utilizzo dei media e dei nuovi strumenti informatici. Gli organi del piccolo Ahmed vivono invece nel corpo di sei israeliani: tre bimbi che ora hanno tra i dieci e gli undici anni, una donna di sessant’anni, una ragazza di 14 anni e Samah Gadban, una fanciulla di famiglia ebrea ortodossa, all’epoca dei fatti in attesa da cinque anni di un trapianto di cuore. “Io sono nato qui, nel campo profughi di Jenin, ma la mia famiglia proviene da Haifa, proprio là dove è stato ricoverato ed è morto mio figlio”, racconta Ismael. La città di Jenin, situata all’estremo nord della Cisgiordania, è nota per la cruenta, omonima battaglia svoltasi durante la Seconda Intifada e per aver dato alla luce un quarto dei “bomb suicider” che hanno insanguinato Israele. Sul volto di Ismael, la delusione della falsa promessa del ministro israeliano: “Vuoi sapere perché non voglio più vivere qui? Perché voglio tornare nella terra dei miei avi? Perché qui non abbiamo passato. La terra che calpestiamo è intrisa del sangue dei nostri figli. Qui siamo schiavi, chiusi dentro una gabbia che gli israeliani chiamano barriera di separazione”, dice mostrando sulla collina opposta un tratto dei 700 chilometri di rete metallica che dividono la West Bank da Israele. E quale futuro per i bambini? “I nostri figli crescono nell’odio e nella violenza. Vedono di giorno, odono di sera il rumore dei cingolati armati che arrivano a prendere i loro padri, i loro fratelli più grandi, per portarli nelle carceri israeliane. Questo è mio figlio più piccolo – dice mostrando un bambino magro e snello, ma con le sopracciglia abbassate che ricordano il volto triste di Ahmed -. Anche lui ha undici anni, proprio come suo fratello. Ogni volta che esce di casa, immagino già il momento in cui qualcuno viene a riferirmi che è morto per colpa di un proiettile vagante, o, ancora peggio, che ha scelto d'immolarsi, di diventare un bomb suicider”. Recentemente Ismael ha visitato le persone salvate dal piccolo Ahmed. La sua storia, il suo viaggio nella nemica Israele, tra pregiudizi e paure, è diventato un film del documentarista tedesco Marcus Vetter dal titolo “The Hearth of Jenin”. “La storia di mio figlio è quella di qualsiasi bimbo morto in quest'atroce conflitto; la storia di qualsiasi fanciullo morto in qualsiasi guerra. La storia di cui ogni volta ci si vergogna e per cui si urla ‘Sarà l’ultima, sarà l’ultima!’, per poi continuare a ripetersi fino all’infinito”.
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