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Al San Raffaele ricostruite alcune funzioni pancreatiche all'interno del midollo osseo.

Lo studio pubblicato su "Diabetes".

06/06/2013
Un team di clinici e ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano ha dimostrato che è possibile “ricostruire” nel midollo osseo una parte della funzione del pancreas dopo l’asportazione completa dello stesso per malattia. Lo studio è stato condotto per la prima volta al mondo su quattro pazienti ed è appena stato pubblicato su Diabetes. Il punto di partenza è il trapianto di isole pancreatiche, una procedura che permettere di curare il diabete e che attualmente viene eseguita nelle persone affette da diabete mellito di tipo 1, refrattario alla normale terapia, e da diabete di tipo 3c. Quest’ultimo tipo di diabete colpisce i pazienti a cui viene asportato chirurgicamente il pancreas perché perdono le funzioni espletate dall'organo, di cui la più importante è la regolazione del metabolismo degli zuccheri, che dipende dalla produzione di ormoni come l’insulina e il glucagone. Il diabete di tipo 3c, che consegue alla chirurgia del pancreas, è difficile da controllare anche con le più avanzate terapie insuliniche. Infatti, se nel diabete “classico” (tipo 1 o tipo 2) il danno è sostanzialmente limitato alla cellula che produce l’insulina (denominata cellula beta), nel diabete 3c vengono meno sia le cellule beta, sia tutte le altre cellule endocrine che risiedono nel pancreas (all'interno delle Isole del Langerhans) e che producono altri ormoni altrettanto importanti per la regolazione dei livelli di zucchero nel sangue. Le conseguenze per il paziente sono il peggioramento della qualità di vita e il rischio di complicanze, anche gravi, come il possibile coma ipoglicemico. Modificando la procedura che normalmente viene utilizzata per il trapianto di isole pancreatiche nel paziente diabetico di tipo 1, i ricercatori del San Raffaele hanno recuperato dal pancreas prelevato chirurgicamente le cellule endocrine "ricostruendolo" nel midollo delle ossa dello stesso paziente, a livello del bacino e ottenendo una sorta di “organo puzzle”. Il tessuto endocrino, impiantato nel midollo di quattro pazienti, ha attecchito e funzionato –con un periodo di osservazione di quasi 3 anni –dimostrando per la prima volta al mondo che questa procedura è eseguibile, sicura ed efficace. “L’approccio utilizzato in questi pazienti è innovativo e dimostra per la prima volta che è possibile per un tessuto non ematopoietico, e nella fattispecie endocrino, sopravvivere e funzionare in un ambiente molto particolare come quello del midollo osseo, dove normalmente vivono le cellule staminali del nostro corpo dedicate principalmente alla creazione del sangue. É un risultato straordinario e potrebbe aprire in generale scenari inaspettati nel campo della medicina rigenerativa”, spiega Lorenzo Piemonti, responsabile del programma di trapianto di isole e dell’Unità della Biologia delle Beta Cellule al Diabetes Research Institute (DRI) dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. “Normalmente, nella pratica clinica, fino ad oggi il midollo osseo è stato utilizzato per accogliere trapianti di cellule staminali ematopoietiche in pazienti con malattie come la leucemia. É straordinario vedere come in realtà questo ambiente sia in grado di accogliere anche altri tipi di tessuti”, spiega Fabio Ciceri, responsabile Unità Ematologia e Programma Trapianto Cellule Staminali. “Prevenire l’insorgenza del diabete post-chirurgico mediante l’uso del tessuto autologo è un concetto innovativo che offre una nuova prospettiva terapeutica ai pazienti con malattie del pancreas”, dichiarano Gianpaolo Balzano e Paola Maffi primi autori dello studio e responsabili, rispettivamente, dell’Unità di Chirurgia Pancreatica e Unità Trapianto Isole. “La nostra speranza è che il microambiente del midollo osseo possa essere utilizzato anche nei pazienti con diabete di tipo 1 sottoposti a trapianto allogenico da donatore d’organo. Grazie a questa prima esperienza, abbiamo potuto iniziare uno studio clinico anche in questi pazienti e, presumibilmente, avremo i primi risultati a partire dal prossimo anno. In questo caso la situazione è più complessa poiché si deve tenere conto della reazione del sistema immunitario”, conclude Lorenzo Piemonti.
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